di Igor G. Cantalini
Le nostre società si sono frammentate per generazioni nel corso di pochi decenni: i bambini stanno con i bambini, gli anziani con gli anziani, le famiglie sono disperse geograficamente. Il 43% degli anziani dichiara di sentirsi solo, e quelli nelle strutture residenziali vivono giornate altamente strutturate in cui la routine si fonde in monotonia e, per alcuni, vera e propria depressione. Da questa frattura è nata un’idea che sembra ovvia una volta che la conosci, ovvero quella di mettere un asilo nido dentro o accanto a una casa di riposo.
L’idea è nata in Giappone, nel 1976. Shimada Masaharu unì una scuola materna e una casa di riposo a Tokyo con grande successo, dando avvio a un’ondata che portò ad aprire strutture simili in tutto il Giappone e poi negli Stati Uniti.
Oggi il fenomeno è presente in diversi paesi, ma con gradi molto diversi di radicamento.
Negli Stati Uniti è dove il modello è più studiato e documentato. A Fairmont, Nebraska, gli insegnanti caricano bebè e bambini piccoli su carrozzine a più posti e li portano in “gite in passeggino” per tutta la struttura, passando prima dall’ala di assistenza e poi dalla casa di riposo vera e propria. La direttrice racconta: “Quando hai bambini in un edificio che corrono e portano varietà e spontaneità, i nostri residenti non si annoiano. I bambini non sono prevedibili, portano quella scintilla di vita.” Un altro progetto più grande e molto visibile è la Bezos Academy, finanziata da Jeff Bezos, una rete di scuole materne gratuite che ha già 25 sedi, con altri 11 siti pianificati. Le strutture per anziani si sono rivelate una collocazione naturale, e nuove aperture in Arizona e Dallas sono previste tra il 2025 e il 2026.
In Europa esistono esempi concreti e interessanti: nel Regno Unito, Apples & Honey Nightingale è un asilo nido ospitato all’interno di Nightingale House, una casa di riposo ebraica nel sud di Londra, aperto nel settembre 2017, è stato il primo centro integrato del suo genere nel paese. In Germania il modello ha preso una forma diversa ma altrettanto significativa, i “Mehrgenerationenhäuser”, centri di quartiere multigenerazionali, combinano servizi di un centro per anziani, una clinica, una scuola materna e un gruppo giovanile. A Berlino Est, il centro Miteinander offre sport, colazioni mensili di salute, escursioni intergenerazionali e persino un club per gli “over 90 attivi”, aperto a chiunque nel quartiere. Sempre in Germania, la Fondazione St. Anna ha creato un modello residenziale che mescola due terzi di over 60 e un terzo di residenti più giovani, con spazi comuni gestiti da un operatore sociale che organizza attività che vanno dall’assistenza all’infanzia ai pranzi collettivi. Il primo edificio aprì nel 1994 tra lo scetticismo generale, e funzionò così bene che da allora ne sono stati costruiti altri 25. In Danimarca il caso più radicale è la House of Generations ad Aarhus, la struttura ospita 100 unità per anziani autonomi, 100 per anziani con bisogno di cure intensive, 40 appartamenti per famiglie, 40 per giovani e 24 per persone con disabilità. I corridoi sono demograficamente misti, gli anziani fanno da babysitter alle famiglie giovani, gli studenti aiutano i pensionati con la tecnologia, e una volta alla settimana i bambini dell’asilo interagiscono con gli ospiti della casa di riposo. Nei Paesi Bassi c’è invece il caso ormai famoso di Humanitas, una struttura residenziale per anziani che dal 2012 ospita studenti universitari gratuitamente in cambio di 30 ore mensili di volontariato, incluso l’organizzare la cena serale una volta a settimana. Il programma ha attirato attenzione internazionale e ha ispirato repliche in Canada e altrove. La Francia, nonostante abbia politiche pubbliche che promuovono la solidarietà intergenerazionale, è in ritardo.
Il nostro paese non è ferma, ha anzi alcune esperienze pionieristiche che risalgono agli anni Novanta – la prima in provincia di Treviso nel 1997, con bambini dai 12 mesi ai 6 anni e anziani fino a 100 anni in una struttura condivisa, un progetto rimasto attivo per oltre vent’anni. Da lì si sono aggiunti il progetto “N come Nido, N come Nonni” ad Aosta nel 2004, il Centro Intergenerazionale “Casetta Maritati” a Verona nel 2007, e il caso forse più strutturato di tutti, il centro ABI di Piacenza, dove dal 2009 convivono quotidianamente 43 bambini tra uno e quattro anni, 54 anziani della casa di riposo e 25 del centro diurno, con attività condivise che vanno dalla cucina alla pittura – ma il modello non si è mai tradotto in politica pubblica strutturata. Rimane affidato all’iniziativa di singole cooperative sociali o amministrazioni comunali lungimiranti, senza una regia nazionale e senza la spinta filantropica privata che negli Stati Uniti ha dato scala al fenomeno.
Per quanto riguarda i benefici, i bambini che partecipano a programmi intergenerazionali mostrano competenze cognitive e sociali più avanzate e livelli più alti di empatia verso gli anziani, mentre gli adulti più grandi riportano meno solitudine, meno agitazione e salute migliorata. E i risultati positivi si dimostrano fattibili anche nel caso di anziani con demenza. Il principale ostacolo dunque non è culturale né tanto meno economico, ma solo burocratico, gli asili nidi e le strutture per anziani operano sotto normative differenti e ricevono finanziamenti da fondi distinti, costringendo i gestori dei siti condivisi a presentare proposte di finanziamento doppie e a gestire sistemi di rendicontazione paralleli. È probabilmente il motivo principale per cui un’idea così rivoluzionaria stenta ancora a diventare la norma.
L’AUTORE
Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su vari temi.





