Ieri, 10 ottobre, si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, un’occasione per riflettere su un fenomeno che negli ultimi anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, soprattutto tra le nuove generazioni. Ansia, depressione e disagio psicologico sono in aumento, mentre cresce il numero di giovani che chiedono aiuto e faticano a trovarlo.
Ma quanto di questa sofferenza dipende da una maggiore vulnerabilità individuale e quanto, invece, dalle condizioni economiche, sociali e culturali in cui i ragazzi si trovano a vivere?
È una domanda al centro di un’importante revisione commissionata dal governo britannico e guidata dallo psicologo Peter Fonagy, pubblicata sul The Guardian. Il lavoro esamina l’evoluzione della salute mentale dei giovani, il ruolo della precarietà economica, delle difficoltà abitative, delle pressioni scolastiche e dei social media, mettendo in discussione una lettura del disagio che si concentri esclusivamente sull’individuo e sulle sue diagnosi.
Secondo il rapporto, composto da circa 600 pagine, il peggioramento della salute mentale dei giovani è reale e non può essere spiegato soltanto con una maggiore consapevolezza dei disturbi psicologici o con una maggiore propensione a chiedere aiuto. In Inghilterra, la percentuale di persone tra i 16 e i 24 anni che presenta un disturbo mentale comune, come ansia o depressione, è passata da circa una su sei nel 1993 a una su quattro nel 2024. Considerando l’intera popolazione adulta tra i 16 e i 64 anni, la prevalenza è aumentata dal 15,5% al 22,6% nello stesso periodo, con una crescita particolarmente accentuata tra le giovani donne. Sono aumentati anche i comportamenti autolesionistici e i disturbi alimentari, mentre la diffusione di patologie psichiatriche gravi, come schizofrenia e disturbo bipolare, è rimasta sostanzialmente stabile. Una distinzione importante, perché mostra come il peggioramento riguardi soprattutto quelle forme di sofferenza psicologica che possono essere influenzate dalle condizioni di vita, dalle relazioni sociali e dall’incertezza sul futuro. Secondo Fonagy e il gruppo di esperti che ha condotto lo studio, tra i fattori che contribuiscono al fenomeno figurano l’insicurezza economica, le difficoltà di accesso alla casa, la competizione scolastica, il peggioramento del sonno, la riduzione delle relazioni sociali e le conseguenze della pandemia. A questi si aggiunge il ruolo dei social media, che possono amplificare il confronto continuo con gli altri, la pressione sull’immagine personale e l’esposizione a contenuti emotivamente destabilizzanti. Il rapporto sottolinea tuttavia che si tratta di un fenomeno complesso, nel quale intervengono fattori diversi e spesso collegati tra loro, senza che sia possibile individuare un’unica causa. Un aspetto particolarmente significativo riguarda la progressiva scomparsa degli spazi e dei servizi che un tempo offrivano ai giovani occasioni di socialità e sostegno. Centri giovanili, attività extrascolastiche, servizi territoriali e luoghi di aggregazione hanno subito negli anni riduzioni di finanziamenti e chiusure, mentre è cresciuto il peso delle difficoltà economiche sulle famiglie. Il risultato è una generazione che deve affrontare pressioni sempre maggiori disponendo, in molti casi, di reti di supporto più deboli.
Il rapporto affronta anche un’altra questione delicata: il forte aumento delle richieste di valutazione per ADHD e autismo. Alla fine del 2025, in Inghilterra, centinaia di migliaia di persone erano in attesa di una valutazione diagnostica, con tempi che possono protrarsi per molti mesi o addirittura anni. La crescita delle diagnosi registrate non corrisponde necessariamente a un aumento equivalente della diffusione di queste condizioni nella popolazione. Può riflettere anche una maggiore capacità di riconoscerle, cambiamenti nei criteri e nelle pratiche diagnostiche e un aumento delle persone che si rivolgono ai servizi.
Gli esperti segnalano il rischio di diagnosi inappropriate, soprattutto in un sistema nel quale la valutazione clinica è diventata spesso il requisito necessario per ottenere sostegno scolastico, assistenza sanitaria o altre forme di aiuto. Il rapporto, però, non sostiene che esista una sovradiagnosi generalizzata di ADHD e autismo e riconosce che molte persone continuano a incontrare ostacoli nell’ottenere una diagnosi corretta. Il problema principale è un sistema che tende a subordinare l’accesso agli interventi alla presenza di un’etichetta diagnostica, anche quando le difficoltà della persona sono già evidenti.
Lo studio propone quindi un cambiamento sostanziale: organizzare i servizi partendo dai bisogni concreti delle persone, offrendo assistenza psicologica, adattamenti scolastici e sostegno sociale anche prima del completamento di un percorso diagnostico. Una diagnosi accurata rimane fondamentale quando necessaria, ma non dovrebbe rappresentare l’unica strada per ricevere aiuto. Questo approccio permetterebbe di intervenire prima che le difficoltà si aggravino e di destinare le risorse specialistiche alle situazioni che richiedono cure più complesse.
La questione ha anche una rilevante dimensione economica. Il rapporto richiama una stima secondo cui i problemi di salute mentale comportano per l’Inghilterra un costo complessivo di circa 300 miliardi di sterline all’anno, considerando le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche. Il disagio psicologico può compromettere i percorsi scolastici, ridurre la partecipazione al lavoro e aumentare la dipendenza dai servizi assistenziali, producendo effetti che si estendono ben oltre la salute del singolo individuo. Per questo gli autori invitano a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche anche attraverso la capacità delle persone di studiare, lavorare, mantenere relazioni e partecipare alla vita della comunità. L’obiettivo è affiancare alle cure interventi sulle condizioni che influenzano il benessere psicologico, dalla sicurezza economica alla disponibilità di abitazioni, dalla qualità dell’ambiente scolastico all’accesso a spazi di socialità.
La ricerca britannica apre così una riflessione che riguarda anche l’Italia e gli altri Paesi europei. Se una parte crescente delle nuove generazioni manifesta sintomi di ansia e depressione, la risposta sanitaria è indispensabile, ma da sola non può affrontare tutte le condizioni che contribuiscono a produrre quella sofferenza. La salute mentale dipende anche dalla possibilità di immaginare un futuro, costruire relazioni, trovare un lavoro dignitoso, accedere a una casa e sentirsi parte di una comunità.
Il rapporto di Fonagy invita, in definitiva, a cambiare il modo in cui misuriamo il benessere di una società. Accanto al numero di diagnosi, visite e trattamenti, occorre considerare quanto le condizioni di vita permettano alle persone di stare bene. Perché quando il disagio psicologico cresce in modo così marcato tra milioni di giovani, la questione riguarda certamente la salute individuale, ma chiama in causa anche il modello di società nel quale quei giovani stanno crescendo.





