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Da “terrorista dell’acqua” allo Stockholm Water Prize

beppegrillo.it - Marzo 19, 2026

Kaveh Madani è uno scienziato iraniano specializzato in gestione delle risorse idriche e crisi ambientali; dirige l’istituto Onu per l’acqua, l’ambiente e la salute.  Ieri, 18 marzo 2026, ha ricevuto lo Stockholm Water Prize, il premio più prestigioso al mondo per la gestione delle risorse idriche, assegnato dalla Stockhol Water Foundation con il supporto della Royal Swedish Academy of Sciences.

Nella motivazione nel premio si legge che il Professor Madani  ha saputo coniugare “una ricerca innovativa sulla gestione delle risorse idriche con politiche, diplomazia e attività di sensibilizzazione a livello globale, spesso a rischio della propria incolumità e in un contesto politico complesso”.

La storia del Professor Madani è molto più di una carriera scientifica, è il momento in cui l’ambiente smette di essere una questione tecnica e diventa una questione di potere, il punto in cui parlare di acqua, suolo, agricoltura, falde, desertificazione e cattiva gestione delle risorse significa toccare interessi economici, apparati statali, propaganda e anche controllo sociale.

Madani aveva scelto di tornare in Iran per contribuire ad affrontare una crisi idrica sempre più grave. La scarsità d’acqua, lo sappiamo, non dipende soltanto dalla siccità o dal cambiamento climatico, dipende anche da decenni di cattiva gestione, da un’agricoltura insostenibile, dal sovrasfruttamento delle falde, da decisioni politiche che hanno aggravato un equilibrio già fragile, ed è proprio questo approccio, capace di unire scienza, politiche pubbliche e comunicazione, che oggi gli viene riconosciuto a livello internazionale. Ed è qui che la scienza ha cominciato a dare fastidio.

In una intervista al The Guardian, Madani ha dichiarato che nel 2018 fu interrogato dai Pasdaran e accusato di essere una spia della CIA, dell’MI6 o del Mossad: “Mi chiamavano terrorista dell’acqua”, perché provava a spiegare con dati e modelli la realtà di un collasso ambientale.

Le accuse, da quanto emerge nelle fonti disponibili, si inserivano in una repressione più ampia contro ambientalisti e ricercatori. Il Center for Human Rights in Iran ha documentato che Madani fu arrestato e interrogato nel febbraio 2018 durante una stretta dell’intelligence dei Guardiani della rivoluzione contro esponenti del mondo ambientale. Nello stesso periodo altri ambientalisti vennero accusati di spionaggio, mentre esponenti governativi arrivarono a dichiarare pubblicamente che non c’erano prove a sostegno di quelle accuse. Il meccanismo è noto e vale ben oltre l’Iran.

Quando la crisi ambientale viene raccontata per ciò che è davvero, cioè il risultato di scelte economiche e politiche, chi porta i dati diventa purtroppo pericoloso. Finché l’ecologia resta una parola da conferenza va bene a tutti, quando entra invece nei piani dei governi scatta la criminalizzazione.  L’acqua, del resto, è potere puro, decide chi coltiva e chi fallisce, chi resta, chi emigra, chi beve e chi raziona, quali città crescono e quali territori collassano; per questo un idrologo può fare più paura di un oppositore politico. E per questo un ricercatore che parla di falde prosciugate, di bacini esauriti e di consumo fuori scala può essere trattato come una minaccia alla sicurezza nazionale.

La parabola di Madani ha qualcosa di tanto feroce ma così perfettamente contemporaneo: prima  è stato accusato di sabotaggio per il suo lavoro ambientale, poi il mondo scientifico internazionale lo ha premiato proprio per quel lavoro. Nella motivazione ufficiale del premio si legge che il riconoscimento gli è stato assegnato per aver unito ricerca scientifica, politica, diplomazia e divulgazione pubblica, spesso in condizioni difficili e sotto forte pressione politica.

Oggi Madani riceve il premio più prestigioso del suo settore. È un riconoscimento importante, segnato però da un’amarezza profonda. Non sa se i suoi connazionali in Iran potranno festeggiare con lui, ha dichiarato di sentirsi “incoraggiato e onorato” per il premio, anche se vive questo momento in modo “agrodolce“. “La cosa triste è che non so se i miei connazionali in Iran festeggeranno con me“, ha raccontato. “Le persone che mi hanno sostenuto e non hanno mai smesso di credere in me. Non so nemmeno se verranno a sapere di questa notizia, perché al momento sono isolate”.

Resta una vittoria importante e resta anche una fotografia amara del nostro tempo, un uomo costretto all’esilio per aver detto che l’acqua finisce, viene celebrato dal mondo per aver avuto ragione.

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