I risultati del più ampio studio internazionale mai condotto sulla settimana lavorativa di quattro giorni confermano che ridurre l’orario mantenendo lo stesso salario produce benefici concreti per lavoratori e aziende. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Human Behaviour e coordinata dall’Autonomy Institute con il coinvolgimento di università come Cambridge e Boston College, ha monitorato 2.896 dipendenti in 141 organizzazioni distribuite tra Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Irlanda e Nuova Zelanda. Il modello applicato segue la formula 100:80:100, ovvero cento per cento di salario, ottanta per cento di ore lavorate, cento per cento di produttività attesa.
Al termine della fase sperimentale, il 92% delle aziende ha scelto di mantenere il nuovo orario. Il fatturato registrato durante il periodo di prova ha mostrato una crescita media dell’1,4% nel campione britannico, con punte del 35% in alcune realtà che hanno confrontato i risultati con gli anni precedenti. Il turnover del personale si è ridotto del 57%, un dato che riflette una maggiore soddisfazione e stabilità nelle équipe. Sul fronte del benessere, i lavoratori hanno riferito una diminuzione del 71% nei livelli di burnout e una riduzione del 65% nei giorni di assenza per malattia. Il 39% ha segnalato miglioramenti nella qualità del sonno, nella gestione dello stress e nella disponibilità di tempo per attività personali e familiari. La preferenza per il modello a quattro giorni emerge con chiarezza: il 58% dei partecipanti ha indicato che sceglierebbe questa opzione a parità di retribuzione piuttosto che un aumento di stipendio. Quindici su cento hanno aggiunto che nessuna somma di denaro li convincerebbe a tornare a una settimana di cinque giorni. Questi numeri arrivano dopo un percorso di otto settimane dedicato alla riorganizzazione dei processi aziendali, fase considerata determinante per il successo dell’iniziativa. Le organizzazioni hanno rivisto la gestione delle riunioni, adottato strumenti di lavoro asincrono e definito priorità più chiare, eliminando attività a basso valore aggiunto.
I settori che hanno registrato i risultati più solidi sono quelli che coinvolgono tecnologia, servizi professionali, marketing e consulenza, con una particolare efficacia nelle aziende di dimensioni medie, tra i 200 e i 2.000 dipendenti. Anche ambiti più complessi come sanità, manifatturiero e retail hanno partecipato ai trial, adottando soluzioni creative come turni ruotati e coperture scalari per garantire la continuità operativa. La ricerca sottolinea che la semplice compressione dell’orario, ad esempio concentrando quaranta ore in quattro giornate da dieci, non genera gli stessi benefici: la riduzione deve essere reale e accompagnata da una riprogettazione del lavoro.
Il contesto tecnologico attuale offre ulteriori elementi di riflessione. Secondo analisi del World Economic Forum e dell’OECD, l’integrazione di strumenti di intelligenza artificiale sta già aumentando la produttività in settori come il supporto clienti, lo sviluppo software e la consulenza, con guadagni di efficienza stimati tra il 5% e il 25%. La settimana corta rappresenta una modalità per redistribuire questi guadagni di produttività sotto forma di tempo libero, mantenendo invariata la retribuzione. La direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, con scadenza di recepimento fissata a dicembre 2026, introduce principi di trasparenza algoritmica e tutela che si allineano con la logica della settimana corta: valorizzare i risultati effettivi piuttosto che la presenza fisica o digitale. Allo stesso modo, le nuove norme sul diritto alla disconnessione, già operative in paesi come Francia e Spagna e in fase di introduzione in Australia e Irlanda, completano un quadro normativo che riconosce il tempo personale come componente essenziale del benessere lavorativo.
Lo diciamo ormai da anni, la settimana di quattro giorni è un modello replicabile che sta già trovando applicazione stabile in centinaia di organizzazioni in tutto il mondo; è arrivato il momento che il nostro paese diventi protagonista del cambiamento.





