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Giovani: ascoltati da un algoritmo, ignorati dagli adulti

beppegrillo.it - Giugno 23, 2025

Nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale è entrata in modo capillare nella nostra vita quotidiana, non sorprende che molti giovani inizino a usarla anche come interlocutore per esprimere emozioni, paure e dubbi. È un fenomeno in crescita, che interroga genitori, educatori e professionisti della salute mentale. Perché un ragazzo dovrebbe confidarsi con una macchina, anziché con una persona? E cosa ci dice questa tendenza sullo stato delle relazioni sociali oggi?

Sempre più giovani si rivolgono a ChatGPT e ad altri chatbot per parlare delle proprie difficoltà emotive. Non si tratta solo di una moda tecnologica, ma del riflesso di un cambiamento profondo nei rapporti sociali, nel modo in cui i ragazzi cercano ascolto, comprensione e risposte. L’intelligenza artificiale viene percepita come un interlocutore disponibile, anonimo, non giudicante. Una presenza silenziosa, attenta, che non interrompe e non espone alla vergogna. In molti casi, è il primo “luogo sicuro” a cui si affidano quando il mondo reale sembra troppo complesso, distante o indifferente.

I dati confermano che il fenomeno non è marginale. Secondo una recente indagine, il 15% dei giovani italiani tra gli 11 e i 25 anni utilizza regolarmente chatbot per cercare sostegno emotivo. A livello globale, alcune ricerche parlano addirittura di 1 giovane su 4 che preferisce parlare con un’intelligenza artificiale piuttosto che con uno psicoterapeuta o con un adulto di riferimento. Il motivo non è solo la comodità dell’accesso, per molti ragazzi, confidarsi con un essere umano è diventato difficile, soprattutto in una società in cui la fragilità è vista come un segno di debolezza, e l’immagine da mantenere, anche online, è quella di chi ce la fa da solo. Ciò che emerge è anche un vuoto relazionale. I giovani sentono spesso di non avere adulti disposti ad ascoltarli davvero. I genitori sono assenti o affaticati, gli insegnanti oberati, gli amici sempre presenti online ma spesso poco disponibili nella realtà emotiva. ChatGPT, per contro, è sempre lì, non dice “non ho tempo”, non reagisce male, non banalizza mai. È una forma di ascolto che, per quanto artificiale, riesce in certi casi ad accogliere meglio di quanto faccia il mondo reale.

Alcuni studi suggeriscono che l’uso moderato e guidato di chatbot può avere effetti positivi, soprattutto nei momenti iniziali di una crisi o come strumento di autocomprensione. Alcune app come Woebot e Wysa, basate su tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale, mostrano risultati promettenti nella riduzione di sintomi lievi di ansia e depressione. Tuttavia, la comunità scientifica è chiara nel ricordare che un’IA non può sostituire una vera relazione con uno psicoterapeuta. I limiti sono molti: l’assenza di empatia autentica, l’incapacità di cogliere segnali non verbali, il rischio di errori o risposte inappropriate, soprattutto nei casi più delicati. In parallelo, cresce anche la preoccupazione per gli effetti a lungo termine di un uso eccessivo di questi strumenti. Alcune ricerche collegano il ricorso frequente a chatbot con un aumento del senso di solitudine, dell’isolamento emotivo e della dipendenza digitale. Il rischio maggiore è che i giovani si abituino a un tipo di dialogo che, pur apparendo rassicurante, non mette mai veramente in gioco la relazione con l’altro, né insegna a gestire il conflitto, la frustrazione e l’ascolto reciproco.

Ciò che l’ascesa dei chatbot rende evidente è un bisogno di ascolto profondo. Non è l’IA il problema in sé, ma ciò che manca intorno, adulti capaci di accogliere, istituzioni educative che formino all’empatia, spazi in cui i ragazzi possano sentirsi liberi di parlare senza sentirsi esposti o ridicolizzati. In questo senso, le intelligenze artificiali potrebbero avere un ruolo positivo, ma solo se integrate in un ecosistema più ampio, in cui la relazione umana non venga mai considerata superflua o sostituibile.

I giovani che parlano con un chatbot non stanno fuggendo dalla realtà, stanno cercando un modo per essere ascoltati. E questo, in fondo, è il messaggio più urgente che dovremmo cogliere.

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