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Generazione 5 Lavori

beppegrillo.it - Giugno 20, 2026

Una parte crescente della Gen Z ha smesso di cercare il contratto a tempo indeterminato, non tanto perché non riesca a trovarlo ma perché ha deciso che non ne vale proprio la pena. Il fenomeno si chiama poly-employment, ovvero la scelta di tenere più lavori in parallelo combinando collaborazioni, contratti brevi e ruoli part-time in un’unica carriera frammentata e, per chi ci riesce, più solida di quanto sembri. È ciò che emerge dallo studio “The Big Shift 2026” della società di gestione del personale Deputy, costruito su oltre 41 milioni di turni e 268 milioni di ore lavorate negli Stati Uniti. La Gen Z rappresenta oggi il 55% dei lavoratori che praticano questa modalità e pesa ormai per il 41% della forza lavoro su turni, superando i Millennials e accelerando la domanda di impieghi più flessibili e autogestiti.

Per una parte dei lavoratori, il poly-employment nasce dalla pressione economica, dall’aumento del costo della vita e dalla difficoltà di costruire stabilità con un solo reddito. Per un’altra parte diventa una scelta strategica, orientata a ridurre la dipendenza da un unico datore di lavoro, diversificare le competenze e mantenere un maggiore controllo sul proprio tempo. Il rapporto Deputy distingue questi due percorsi, quello di chi somma più lavori per necessità e quello di chi li combina per costruire autonomia professionale.

Secondo uno studio di Cash App. circa 54 milioni di americani generano oggi entrate da più fonti, rispetto ai 41 milioni di due anni fa. La crescita è trainata soprattutto dalla Gen Z, con quasi il 16% dei giovani impegnato in più lavori, una quota pari a circa cinque volte quella dei Baby Boomers. Freelance, microimprese, content creation, lavori occasionali e attività digitali entrano così nello stesso perimetro economico che un tempo era occupato quasi esclusivamente dal lavoro dipendente.

L’income stacking (accumulo di più fonti di reddito), per molti giovani è ormai una strategia di sicurezza economica. In un mercato percepito come instabile, una sola busta paga appare sempre meno sufficiente. Il lavoratore giovane tende a distribuire il rischio, proprio come un investitore distribuisce il proprio capitale. Silvija Martincevic, CEO di Deputy, collega l’approccio della Gen Z all’esperienza osservata nelle generazioni precedenti. Molti giovani sono cresciuti vedendo genitori legati a lunghi orari, a un solo datore di lavoro e a un modello di fedeltà aziendale messo in crisi dallo shock finanziario del 2008. Da qui nasce una mentalità più orientata alla diversificazione del rischio che alla dipendenza da un unico impiego. Secondo la Federal Reserve Bank di New York, nel primo trimestre del 2026 le condizioni per i neolaureati americani restano difficili, con un tasso di disoccupazione intorno al 5,7% e un tasso di sotto-occupazione al 41,5%. Anche i dati BLS, raccolti da FRED, mostrano che a maggio 2026 i lavoratori con più impieghi rappresentavano il 5,2% degli occupati negli Stati Uniti. Il lavoro multiplo si conferma così una componente sempre più visibile del mercato occupazionale americano. Un’indagine di Intelligent.com, ripresa da Fortune, ha rilevato che sei datori di lavoro su dieci dichiarano di aver licenziato giovani Gen Z assunti da pochi mesi, indicando tra le cause principali scarsa iniziativa, difficoltà di comunicazione e comportamenti ritenuti poco professionali. Al di là del giudizio espresso dalle imprese, il dato evidenzia una frattura crescente tra aspettative aziendali tradizionali e nuove modalità di ingresso nel lavoro.

Per molti giovani, il percorso lineare fondato su assunzione, crescita interna e promozione progressiva appare meno accessibile e meno credibile. La carriera viene costruita per moduli, attraverso esperienze diverse, competenze trasferibili e relazioni professionali distribuite. Il datore di lavoro unico perde centralità, mentre cresce il peso della capacità individuale di combinare opportunità diverse.

Per quanto riguarda la tecnologia, l’intelligenza artificiale ha un ruolo centrale in questa trasformazione. Secondo Deputy, quasi il 75% dei lavoratori su turni dichiara che l’AI li aiuta a rispettare gli orari e a lasciare il lavoro in tempo, migliorando la gestione della giornata. Allo stesso tempo, l’80% segnala una comunicazione poco chiara da parte dei datori di lavoro sull’uso dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro. La tecnologia diventa quindi uno strumento utile per organizzare più impegni e una fonte di diffidenza quando viene percepita come minaccia per le mansioni più esposte all’automazione. La ricerca di Writer e Workplace Intelligence mostra che il 29% dei lavoratori intervistati dichiara di aver ostacolato in qualche forma la strategia AI della propria azienda, quota che sale al 44% tra i lavoratori Gen Z. Tra i comportamenti indicati ci sono l’uso di strumenti esterni, l’aggiramento dei sistemi aziendali o l’inserimento di informazioni in piattaforme pubbliche. Il dato segnala una resistenza che nasce dalla paura di diventare sostituibili e dalla percezione che molte strategie aziendali sull’AI siano guidate più dal taglio dei costi che dalla crescita delle competenze.

La Gen Z sta segnalando che il vecchio patto del lavoro ha perso forza. Il lavoro tradizionale si sta dissolvendo sotto i nostri occhi. I giovani fanno cinque lavori, tengono insieme turni, app, piattaforme, freelance e intelligenza artificiale, mentre la politica continua a parlare come se fossimo ancora nel Novecento. Se le macchine producono sempre di più e il lavoro umano diventa sempre più frammentato, il tema vero è la distribuzione della ricchezza e il reddito universale (o dividendo) è una delle risposte più concrete a un futuro in cui milioni di persone rischiano di avere cinque impieghi… e nessuna sicurezza.

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