Un numero crescente di persone si sta rivolgendo all’intelligenza artificiale per parlare di ansia, solitudine, stress e momenti di crisi. La tendenza sta crescendo rapidamente e comincia a cambiare il modo in cui molti utenti percepiscono la terapia, anche quando ciò che avviene davanti allo schermo resta fuori dal perimetro della psicoterapia tradizionale.
Il tema è stato affrontato da Psychology Today in un articolo firmato da Marlynn Wei, che propone una definizione precisa per descrivere il fenomeno, “para-terapia”. L’espressione indica quelle conversazioni con chatbot generativi che assomigliano a un colloquio terapeutico, vengono vissute dall’utente come un sostegno psicologico, possono produrre sollievo immediato, eppure restano prive degli elementi fondamentali della cura clinica, come il rapporto con un professionista abilitato, il consenso informato, la responsabilità deontologica, la continuità del percorso e la possibilità di valutare segnali di rischio.
Il dato più sorprendente riguarda l’uso effettivo. Secondo una ricerca pubblicata da Harvard Business Review nel 2026, “terapia e compagnia” risultano per il secondo anno consecutivo il primo caso d’uso dell’intelligenza artificiale generativa. L’indagine è stata costruita analizzando quasi 50 mila post pubblici raccolti da piattaforme come LinkedIn, TikTok, YouTube, Reddit e altri ambienti online. In sostanza, molte persone non usano i chatbot solo per scrivere email, riassumere documenti o studiare, ma li usano soprattutto per parlare di sé. Negli Stati Uniti il fenomeno è già misurabile tra adolescenti e giovani adulti. Uno studio RAND pubblicato nel 2026 su JAMA Pediatrics ha rilevato che il 19,2% dei giovani tra 12 e 21 anni ha usato chatbot come ChatGPT, Gemini, Character.AI o Meta AI per ricevere consigli o aiuto in momenti di tristezza, rabbia, nervosismo o stress. Un anno prima la quota era al 13,1%, quindi l’aumento supera il 40%. I ricercatori stimano che il dato corrisponda a circa 8,2 milioni di giovani negli Stati Uniti. La percentuale è ormai molto vicina a quella dei giovani che riferiscono di aver ricevuto counseling da un professionista della salute mentale, pari al 19,8%. Il dato più delicato riguarda la segretezza; tra i giovani statunitensi che hanno usato l’intelligenza artificiale per consigli di salute mentale, il 63% ha dichiarato di non averlo detto a nessuno. Il 43% ha riferito di cercare questo tipo di supporto almeno una volta al mese e il 92% ha giudicato i consigli ricevuti abbastanza o molto utili. Per i ricercatori questo grado di soddisfazione va interpretato con cautela, perché i chatbot tendono spesso a rispondere in modo accomodante, rassicurante e confermativo, qualità che possono far sentire compreso l’utente senza garantire una valutazione corretta del problema.
La spinta principale è facile da capire, l’intelligenza artificiale è sempre disponibile, risponde subito, costa poco o molte volte zero, non giudica, permette di parlare senza esporsi davanti a una persona reale. Per chi prova vergogna, paura di essere frainteso o difficoltà economiche, un chatbot può sembrare una porta d’ingresso più semplice rispetto allo studio di uno psicologo.
Negli Stati Uniti, un’ altra indagine del Bipartisan Policy Center del 2026 ha rilevato che circa tre adulti su dieci hanno usato strumenti digitali autonomi per la salute mentale o il benessere. Tra chi li ha utilizzati, il 60% ha usato app specifiche per la salute mentale e quasi il 50% un chatbot generalista. Quasi il 70% degli utenti ha dichiarato che questi strumenti sono più confortevoli rispetto al parlare direttamente con una persona, mentre circa la metà ha citato il costo come ragione importante.
Anche in Europa un sondaggio Ipsos BVA citato da Reuters, condotto all’inizio del 2026 su 3.800 giovani tra 11 e 25 anni in Francia, Germania, Svezia e Irlanda, ha mostrato che quasi un giovane su due ha usato chatbot di intelligenza artificiale per parlare di questioni intime o personali. Il 51% degli intervistati ha detto che trova facile discutere di salute mentale e problemi personali con un chatbot, contro il 49% che dice lo stesso dei professionisti sanitari e il 37% degli psicologi. Amici e genitori restano ancora i riferimenti principali, rispettivamente al 68% e al 61%, però l’intelligenza artificiale si colloca ormai dentro lo spazio delle confidenze personali. Nello stesso sondaggio, il 28% dei giovani rientrava nella soglia di sospetto disturbo d’ansia generalizzato e oltre tre utilizzatori su cinque descrivevano l’AI come una sorta di consigliere di vita o confidente.
In Italia invece, secondo l’indagine Ipsos Doxa per Telefono Azzurro, il 35% degli adolescenti tra 12 e 18 anni utilizza chatbot di intelligenza artificiale tra le attività online più frequenti. Il 74% dichiara di conoscere questi strumenti e, dopo una breve spiegazione, il 75% afferma di usarli. L’impiego principale resta legato allo studio, ai compiti e alla ricerca di informazioni, ma cresce anche l’uso personale. Il 14% degli adolescenti dichiara di rivolgersi spesso a un chatbot per ricevere consigli personali, mentre il 34% lo ha fatto almeno qualche volta. Il livello medio di fiducia attribuito ai chatbot è 6,6 su 10, con il 58% che assegna un punteggio superiore a 7. Tra gli adolescenti che hanno avuto interazioni personali con chatbot, il 23% cita la qualità dei consigli ricevuti, il 15% il fatto di sentirsi non giudicato e il 10% il sentirsi meno solo. Un dato particolarmente sensibile riguarda il 7% degli intervistati che dichiara di non avere altre persone di riferimento. In questi casi il chatbot rischia di diventare il primo interlocutore stabile, proprio per chi avrebbe più bisogno di una rete umana e professionale.
Secondo il Ministero della Salute, nel 2024 sono state 845.516 le persone con problemi di salute mentale assistite dai servizi specialistici. Le donne rappresentano il 55,9% degli utenti e il 66,3% degli assistiti ha più di 45 anni. Nello stesso anno, 272.497 persone sono entrate in contatto per la prima volta con i Dipartimenti di Salute Mentale, e nel 95% dei casi si è trattato del primo contatto in assoluto nella vita. Le prestazioni erogate dai servizi territoriali sono state oltre 10 milioni, con una media di 13,6 interventi per utente.
La crescita della para-terapia racchiude quindi due fenomeni allo stesso tempo, da una parte mostra la potenza dell’intelligenza artificiale come strumento accessibile e capace di intercettare bisogni emotivi reali; dall’altra rivela una fragilità del sistema di cura tradizionale, che per molte persone resta costoso, lento o difficile da raggiungere. Le persone cercano soprattutto ascolto, continuità e presenza. Quando questi elementi mancano, anche una macchina può sembrare un interlocutore sufficiente.





