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Stiamo insegnando ai robot a rubarci il mestiere

beppegrillo.it - Giugno 29, 2026
di J.  Lo Zippe

Un giorno ci accorgeremo che l’automazione non è cominciata quando il primo robot ha sostituito un operaio, ma quando l’operaio ha accettato di farsi guardare abbastanza a lungo da insegnargli il mestiere. È accaduto in modo molto più ordinario, quasi ridicolo, una telecamera fissata sulla fronte, un paio di occhiali intelligenti, un dispositivo montato sulla testa come quelli dei minatori o dei chirurghi, solo che qui la miniera non è sottoterra e il corpo da aprire non è quello di un paziente. La miniera è il lavoro umano e il corpo da studiare è quello di chi lavora.

In India, secondo un’inchiesta del The Guardian, sempre più operai tessili vengono invitati a indossare telecamere sulla testa durante il turno. Una delle lavoratrici, Lalita, lavorava da quasi un anno in una fabbrica di abbigliamento alla periferia di Delhi quando la direzione ha chiesto agli operai della sua linea di produzione di fissare piccole telecamere alla fronte prima di iniziare il lavoro; all’inizio ridevano, sembrava una cosa buffa: una telecamera sulla testa, come una lampada da minatore, ma poi hanno capito che quella telecamera non guardava soltanto il lavoro, guardava loro,il ritmo delle man, le pause, le conversazioni, gli errori, tutti i continui movimenti ripetuti per ore.

È questo il nuovo passaggio dell’intelligenza artificiale. Dopo avere divorato libri, immagini, articoli, fotografie, conversazioni, archivi, musica, codice e pezzi interi di cultura umana, ora l’IA ha fame di mani. Per un robot, piegare una maglietta è una guerra contro la materia molle!

Le immagini catturate in prima persona vengono chiamate “dati egocentrici”, video ripresi dal punto di vista di chi lavora. Per i robot sono oro, vedono esattamente quello che vede un essere umano mentre compie un’azione. Ed è qui che la faccenda diventa politica, perché quei filmati sono dati commerciali, vengono ripuliti, selezionati, annotati, venduti e trasformati in modelli, usati per istruire sistemi robotici che domani potranno entrare nelle fabbriche, nei supermercati, negli ospedali e nelle case. La persona filmata riceve il salario del turno, quando va bene e il valore del suo gesto, invece, prende un’altra strada, sale di livello, passa da un server, cambia continente e diventa proprietà industriale.

EgoLab, una società indiana che raccoglie dati egocentrici anche dallo stabilimento di Gurugram dove lavora Lalita, annovera Tesla tra i suoi maggiori clienti. Elon Musk ha previsto che circa l’80% del valore futuro di Tesla non arriverà dalle auto elettriche, ma dai robot umanoidi. Il futuro di una delle aziende più ricche del mondo potrebbe quindi passare anche dai gesti registrati di lavoratori che guadagnano una frazione infinitesimale di quel valore. L’India sta diventando uno dei grandi centri globali di questa nuova economia. Non solo perché ha un’enorme forza lavoro industriale, ma perché domina già una parte fondamentale della filiera dell’intelligenza artificiale: l’annotazione dei dati. Secondo le stime citate dal giornale, il Paese rappresenta circa il 35% del mercato globale dell’annotazione dati, e circa il 60% dei ricavi di questo settore arriva da clienti statunitensi.

La stessa logica sta uscendo dagli stabilimenti ed entrando negli appartamenti. A New York una startup chiamata Shift ha lanciato un servizio di pulizie gratuito. Una persona viene a casa, indossa una telecamera, pulisce casa mentre tutto viene registrato per addestrare l’intelligenza artificiale e i robot domestici. Il cliente quindi non paga con denaro, e questa è la parte seducente dell’offerta, paga lasciando che la propria casa venga trasformata in un ambiente di apprendimento. Naturalmente arrivano le rassicurazioni dalla startup: volti sfocati, dati sensibili rimossi, il cosiddetto consenso informato, ma anche quando un documento viene oscurato, resta la struttura della casa. Questo dunque è il pezzo che manca nel dibattito pubblico; abbiamo discusso a lungo dei dati personali, molto meno dei dati corporei. Abbiamo immaginato la sorveglianza come un occhio che ci guarda dall’alto, molto meno come un occhio che ci viene montato addosso. Abbiamo parlato di copyright per gli scrittori, per i fotografi, per i musicisti, per gli illustratori, ma non abbiamo ancora trovato una parola decente per il diritto di chi insegna a una macchina come si afferra una tazza, come si piega un asciugamano o come si cuce un colletto.

Ma non accade solo alle mani, sta accadendo anche alla testa. A Hollywood, dopo lo sciopero degli sceneggiatori e il crollo delle produzioni, molti autori e lavoratori della televisione si sono ritrovati senza contratti. Alcuni hanno iniziato ad addestrare l’intelligenza artificiale, correggono dialoghi, valutano scene, spiegano perché una battuta non funziona o perché un personaggio suona falso; in pratica fanno ancora il loro mestiere, solo che non lo fanno più per una serie o per un film, lo fanno per insegnare a una macchina a farlo al posto loro. È lo stesso cortocircuito degli operai con la telecamera in testa: la sarta insegna al robot a cucire, la donna delle pulizie insegna al robot a pulire, lo sceneggiatore insegna al chatbot a scrivere.

Forse serve un diritto d’autore del gesto?

Il capitalismo digitale ha sempre avuto una grande abilità, convincere le persone che ciò che stanno regalando non vale nulla finché qualcuno non lo ha già trasformato in miliardi. Il lavoratore diventa due volte produttivo, la prima volta quando fa il suo mestiere, e la seconda quando il suo mestiere viene catturato come esempio per eliminarne, ridurne o disciplinarne altri.

Sorge quindi una domanda: quando una macchina impara il tuo mestiere guardandoti lavorare, tu hai lavorato anche per lei? Perché se la risposta è sì, allora qualcuno deve pagarti, ma se la risposta è no, allora abbiamo inventato la forma più elegante di esproprio… non ti rubano il lavoro con il robot, ti chiedono prima di insegnarglielo gratis.

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