di Isaac J.P. Barrow
Il 12 giugno 2026 potrebbe essere ricordato come uno dei giorni in cui l’intelligenza artificiale ha cambiato categoria politica. Il governo degli Stati Uniti ha imposto ad Anthropic la sospensione dell’accesso ai suoi modelli più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, estendendo il blocco ai cittadini stranieri in tutto il mondo. La misura ha costretto l’azienda a interrompere il servizio per tutti, perché applicare un divieto così ampio dentro una rete globale di clienti, sviluppatori e dipendenti sarebbe stato praticamente ingestibile. La motivazione ufficiale riguardava la sicurezza nazionale.
Secondo Anthropic, la direttiva si fondava sul timore che Fable 5 potesse essere aggirato attraverso tecniche di jailbreak ( metodi usati per spingere un modello AI ad aggirare i propri sistemi di sicurezza) e usato per individuare vulnerabilità informatiche. L’azienda ha contestato la portata dell’allarme, spiegando che le vulnerabilità mostrate erano già note e che anche altri modelli disponibili pubblicamente sarebbero stati in grado di trovarle.
Per la prima volta, un modello AI commerciale è stato trattato come una tecnologia strategica da controllare con la logica delle esportazioni sensibili.
The Economist ha colto subito il punto, dedicando la copertina del 20 giugno alla nuova presa di potere americana sull’intelligenza artificiale. In sintesi: chi controlla i modelli di frontiera controlla una parte crescente dell’economia, della ricerca, della difesa e della sicurezza informatica. I modelli AI entrano ormai nella stessa area grigia dei semiconduttori avanzati, dei sistemi crittografici, delle tecnologie militari e delle infrastrutture strategiche. Da prodotti software venduti come abbonamenti o API, diventano leve di potere globale. Questa è dunque la nuova frontiera della geopolitica.
Per decenni la potenza tecnologica si è misurata con i chip, i cavi sottomarini, i satelliti, le reti 5G, i sistemi operativi e i cloud, ora si misura anche con i modelli. Un modello di frontiera può scrivere codice, analizzare milioni di righe di software, cercare falle, progettare esperimenti, assistere la ricerca scientifica, automatizzare processi industriali e accelerare attività che prima richiedevano squadre intere. Chi possiede questi strumenti ha un vantaggio enorme e chi può spegnerli agli altri possiede qualcosa di ancora più grande.
La decisione americana ha però prodotto un effetto immediato e paradossale, perché mentre gli sviluppatori fuori dagli Stati Uniti si ritrovavano senza accesso ai modelli più avanzati di Anthropic, il modello cinese open source GLM-5.2 di Z.ai, già Zhipu AI, è diventato improvvisamente molto più interessante. Rilasciato sotto licenza MIT e privo di restrizioni regionali dichiarate, GLM-5.2 offre una strada alternativa a chi vuole ridurre la dipendenza da un rubinetto tecnologico controllato da Washington. E qui entra in gioco la seconda dimensione della guerra AI, quella economica, perché GLM-5.2 costa molto meno dei modelli americani di fascia alta. Sui token in output, il confronto con GPT-5.5 è impressionante, 4,4 dollari per milione contro 30 dollari; significa che per alcune applicazioni, soprattutto quelle che generano molto testo o molto codice, il modello cinese può costare circa 6,8 volte meno. In un settore dove migliaia di richieste automatiche possono bruciare budget enormi in pochi giorni, il prezzo diventa potere industriale.
L’America ha cercato di proteggere il proprio vantaggio strategico e nel farlo ha reso visibile al resto del mondo quanto quel vantaggio sia fragile per chi ne dipende.
Europa, Asia, America Latina, Africa, università, startup e imprese si trovano ora davanti a una domanda concreta: conviene costruire prodotti, ricerca e infrastrutture sopra modelli che possono essere bloccati per decisione politica? Ogni restrizione americana rende più attraenti i modelli aperti, meno costosi e meno vincolati. Se i modelli AI diventano infrastrutture fondamentali, ogni paese dovrà decidere se usarli come semplici servizi acquistati all’estero o considerarli beni strategici. L’Europa parla da anni di sovranità digitale, spesso con toni solenni e risultati modesti. La vicenda Anthropic mostra che la sovranità digitale è la possibilità concreta di continuare a lavorare, programmare, fare ricerca e innovare anche quando una potenza straniera chiude l’accesso a uno strumento essenziale.
I modelli aperti abbassano le barriere per tutti, compresi gli attori malevoli. Un modello potente, scaricabile e modificabile può essere usato per difendere sistemi informatici e può essere adattato per attaccarli. I modelli chiusi invece concentrano il potere nelle mani di poche aziende e pochi governi.
La guerra geopolitica dei modelli AI è appena iniziata. Gli Stati Uniti hanno ancora un vantaggio enorme, ma la direttiva contro Anthropic ha mostrato al mondo una cosa molto semplice: dipendere da un solo impero digitale è comodo finché l’impero lascia aperta la porta.
L’AUTORE
Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.





