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L’India paga il lavoro invisibile di milioni di donne

beppegrillo.it - Marzo 24, 2026

In un villaggio del Madhya Pradesh, Premila Bhalavi riceve ogni mese 1.500 rupie dal governo indiano (circa 16 euro). Soldi che le permettono di comprare medicine, verdura fresca e pagare le rette scolastiche di suo figlio. La storia di Premila è sempre meno un’eccezione: oggi 118 milioni di donne indiane si trovano nella sua stessa condizione, beneficiarie del più grande esperimento di riconoscimento economico del lavoro domestico non retribuito mai tentato al mondo. Da qualche mese a questa parte milioni di donne indiane stanno ricevendo ogni mese un piccolo assegno pubblico per il lavoro domestico e di cura svolto in casa

Per capire cosa stia succedendo in India, bisogna partire da un dato che rimane largamente ignorato dai sistemi economici globali: le donne del paese dedicano in media 297 minuti al giorno (quasi cinque ore) a cucinare, pulire, accudire bambini e anziani, gestire la casa. Attività indispensabili al funzionamento della società, che tuttavia non compaiono in nessun PIL, non generano contributi pensionistici, non aprono diritti di welfare, un lavoro reale reso invisibile per convenzione.

Questo vuoto ha iniziato a colmarsi quasi per caso. Il Goa è stato il primo stato indiano, nel 2013, ad avviare un programma di trasferimenti diretti alle donne. La vera svolta è arrivata però durante la pandemia, quando l’Assam ha introdotto uno schema di sostegno per le donne vulnerabili. Da quel momento il meccanismo si è diffuso a macchia d’olio: oggi quasi quindici stati e Territori dell’Unione gestiscono programmi simili, per una spesa complessiva prevista di circa 18 miliardi di dollari nell’anno fiscale corrente. Gli importi variano da mille a 2.500 rupie al mese (poco meno di 30 euro), una cifra che rappresenta tra il 5 e il 12% del reddito familiare medio di chi ne beneficia. Ciò che distingue il modello indiano da quelli del Messico, del Brasile o dell’Indonesia, paesi che pure hanno grandi programmi di trasferimento alle famiglie, è una caratteristica tanto semplice quanto radicale, ovvero che il denaro arriva senza condizioni. Non occorre dimostrare che i figli frequentano la scuola, né sottoporsi a controlli sanitari, né rispettare alcuna soglia di comportamento. L’unico filtro è di tipo patrimoniale: i dipendenti pubblici, chi possiede un’automobile o vasti terreni agricoli, generalmente non accedono al programma. Per tutto il resto, il denaro arriva sul conto corrente, e 300 milioni di donne indiane ne posseggono uno, grazie al grande programma di bancarizzazione avviato un decennio fa.

Le beneficiarie usano queste somme per esigenze concrete e immediate: medicine e visite mediche in prima battuta, poi alimentari, gas da cucina, spese scolastiche dei figli. A volte per estinguere piccoli debiti, raramente per acquisti personali. La ricerca mostra che le donne mantengono il controllo diretto sul denaro ricevuto e , contrariamente ai timori di chi teme effetti di dipendenza.  non riducono la propria partecipazione al mercato del lavoro. Uno studio condotto in Tamil Nadu ha rilevato anzi un incremento della partecipazione femminile di circa quattro punti percentuali nelle aree interessate dal programma.

C’è poi una dimensione politica difficile da ignorare. I trasferimenti in denaro alle donne si sono rivelati uno strumento elettorale potentissimo. Le promesse di schemi analoghi hanno contribuito alle vittorie di partiti in Maharashtra, Jharkhand, Odisha, Haryana e Andhra Pradesh nel 2024. In Bihar, nelle settimane precedenti le ultime elezioni, il governo ha accreditato 10.000 rupie su 7,5 milioni di conti correnti femminili. Il risultato più clamoroso è arrivato a Delhi nel 2025: per la prima volta nella storia del paese, il tasso di partecipazione elettorale delle donne ha superato quello degli uomini, raggiungendo il 60,92% contro il 60,21%. Gli analisti parlano di «welfarismo competitivo», con i partiti che si sfidano a suon di promesse rivolte alle donne, un fenomeno che dice molto su quanto il tema abbia conquistato il centro del dibattito pubblico.

Non mancano però le ombre. Il carico di lavoro domestico non retribuito è rimasto sostanzialmente invariato,  il denaro compensa, ma non ridistribuisce. Un’indagine del 2025 in Maharashtra ha rilevato che il 30% delle donne aventi diritto non si era registrata, spesso per problemi documentali o per un senso di “non meritarsi” il sussidio. E solo una minoranza delle beneficiarie percepisce i pagamenti come un riconoscimento esplicito del proprio lavoro di cura: per molte resta un generico aiuto economico, privato di quel significato simbolico che i suoi ideatori vorrebbero attribuirgli. Il dibattito tra chi li difende come un investimento sociale strutturale e chi li liquida come “regalie elettorali” rimane vivace e irrisolto. Eppure qualcosa di inedito sta accadendo. “I trasferimenti incondizionati segnalano una significativa espansione del welfare statale indiano a favore delle donne”, ha osservato Prabha Kotiswaran, professore di diritto e giustizia sociale al King’s College di Londra. L’India ha imboccato quasi per necessità,  spinta da pressioni elettorali, dalla pandemia, dalla capillare infrastruttura bancaria, una strada che molti paesi occidentali discutono da decenni in teoria: riconoscere economicamente il lavoro di cura come lavoro a tutti gli effetti.

Il vero banco di prova sarà scoprire se questi trasferimenti resteranno uno strumento di consenso o diventeranno il primo mattone di un sistema di protezione sociale strutturale. Se la risposta sarà la seconda, 118 milioni di donne come Premila avranno scritto, senza saperlo, una pagina di storia.

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