Per il clima esiste un organismo internazionale capace di raccogliere migliaia di studi, confrontare i dati e indicare ai governi dove stiamo andando e quali politiche possono cambiare la rotta. Si chiama IPCC. Per quanto riguarda la disuguaglianza, continuiamo invece a comportarci come se fosse un’opinione. Ora qualcosa potrebbe cambiare. Nell’ambito delle Nazioni Unite sta prendendo forma l’International Panel on Inequality, un organismo mondiale indipendente ispirato proprio all’IPCC. Il suo compito sarà misurare l’evoluzione delle disuguaglianze, analizzarne le cause e valutare le politiche capaci di ridurle.
A promuoverne la creazione sono Sudafrica, Brasile, Norvegia e Spagna, con la partecipazione dell’UNRISD, l’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento formale dell’Assemblea generale dell’ONU. Il nuovo organismo dovrebbe essere presieduto dal premio Nobel Joseph Stiglitz. L’iniziativa nasce dal lavoro del Comitato straordinario di esperti sulla disuguaglianza globale, istituito nel 2025 durante la presidenza sudafricana del G20 e guidato dallo stesso Stiglitz insieme ad Adriana Abdenur, Winnie Byanyima, Jayati Ghosh, Imraan Valodia e Wanga Zembe-Mkabile. Il loro rapporto sulla disuguaglianza globale usa un’espressione precisa: “emergenza disuguaglianza”.
Dal 2000 al 2024, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha conquistato il 41% di tutta la nuova ricchezza prodotta. Alla metà più povera dell’umanità è arrivato appena l’1%. 83% dei Paesi del mondo, nei quali vive il 90% della popolazione globale, presenta livelli di disuguaglianza considerati elevati secondo i criteri utilizzati dal rapporto. La concentrazione della ricchezza influenza l’accesso alla salute, all’istruzione e alla casa, decide chi può attraversare una crisi e chi viene travolto, finisce per condizionare anche la qualità della democrazia.
Secondo il World Inequality Report 2026 meno di 60.000 multimilionari, lo 0,001% della popolazione mondiale, possiedono tre volte la ricchezza detenuta dall’intera metà più povera dell’umanità. In quasi tutte le regioni del pianeta, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 90% più povero. Questi patrimoni crescono attraversando frontiere, società finanziarie e paradisi fiscali. Le statistiche pubbliche, invece, si fermano spesso ai confini nazionali. Il denaro viaggia alla velocità di un clic; i governi lo inseguono con moduli, registri incompleti e dati pubblicati con anni di ritardo. Ecco perché serve un IPCC delle disuguaglianze. L’IPCC climatico svolge una funzione essenziale: produce una base comune di conoscenza. Governi e imprese possono discutere le soluzioni, ma partono dagli stessi dati sulla temperatura, sulle emissioni e sugli scenari futuri. Il nuovo organismo dovrebbe fare qualcosa di simile con redditi, patrimoni, imposte, servizi pubblici e mobilità sociale. Dovrebbe dirci chi possiede cosa, chi paga le tasse, dove finisce il valore prodotto dal lavoro; quanto incidono eredità, rendite finanziarie e monopoli; quali politiche riducono davvero le distanze e quali si limitano a spostarle.
L’idea sta entrando nell’agenda internazionale; Sudafrica, Brasile, Spagna e Norvegia hanno sostenuto il percorso di costruzione del nuovo organismo. Il 18 agosto quaranta economisti e studiosi, tra cui Joseph Stiglitz, Mariana Mazzucato e Kate Pickett, hanno chiesto anche al governo britannico di aderire all’iniziativa.
Altro tema importante è quello della transizione ecologica, che rischia di trasformarsi in una nuova macchina per concentrare ricchezza. Sempre secondo il World Inequality Report, se gli investimenti climatici venissero finanziati e posseduti interamente dai soggetti più ricchi, la quota di ricchezza mondiale controllata dall’1% potrebbe salire dall’attuale 38% al 46% entro il 2050. Se gli stessi investimenti fossero sostenuti attraverso imposte progressive e proprietà collettive, quella quota potrebbe invece scendere al 26%. Un pannello solare può produrre quindi energia pulita e allo stesso tempo alimentare una rendita concentrata; un centro dati può aumentare la produttività e trasferire il valore del lavoro verso pochi azionisti; un algoritmo può creare ricchezza con le informazioni prodotte da miliardi di persone e restituire loro soltanto altra pubblicità. Lo ripetiamo da anni, i dati che consegniamo ogni giorno alle piattaforme sono nostri e il valore che producono deve tornare alle persone sotto forma di reddito.
La transizione ecologica e quella digitale avranno senso soltanto se, insieme all’energia e alla tecnologia, cambierà anche la distribuzione della ricchezza.





