Ogni telefono possiede ormai un contatore che ci informa se abbiamo trascorso tre, cinque o sette ore davanti allo schermo, mostra un grafico e ci avverte quando abbiamo superato il limite. Sembra una misura precisa, in realtà dice molto poco.
Un’ora trascorsa parlando con una persona cara viene sommata a un’ora passata a scorrere video scelti da un algoritmo, mentre una lezione online pesa quanto una sessione di gioco d’azzardo. Attività ed esperienze molto diverse diventano così la stessa cosa, minuti davanti a un cellulare.
Un nuovo studio pubblicato su npj Digital Public Health ha esaminato 389 studi scientifici, pubblicati tra il 2019 e il 2024, sugli effetti delle tecnologie digitali sulla salute.
Nel 58% degli studi comparivano conseguenze nell’area mentale e comportamentale, mentre i disturbi del sonno erano presenti nel 28% e i problemi metabolici nel 21%. Seguivano i disturbi della vista, presenti nel 16% degli studi, e quelli muscolo-scheletrici, nel 7%. Nell’83% degli studi l’esposizione digitale era valutata attraverso il semplice “tempo davanti allo schermo”, che i ricercatori considerano un indicatore troppo grossolano.
Il tempo conta, naturalmente, perché restare seduti per molte ore riduce il movimento e può favorire problemi metabolici, mentre una postura immobile può provocare dolori e fissare a lungo un dispositivo da vicino affatica gli occhi. Anche l’uso serale può interferire con il sonno. Eppure, due persone che trascorrono quattro ore davanti allo stesso telefono possono vivere esperienze completamente diverse. Una può utilizzare una videochiamata per mantenere un rapporto umano o seguire un corso, mentre l’altra può attraversare contenuti progettati per provocare rabbia e confronto sociale. Il contatore registra quattro ore per entrambe, anche se il cervello e il corpo ricevono stimoli molto differenti. Il tipo di dispositivo modifica l’esposizione, così come la distanza dagli occhi e la postura, inoltre anche l’ora della giornata può fare la differenza. Soprattutto, conta ciò che appare sullo schermo. I social che mostrano corpi e vite idealizzate sono stati associati all’insoddisfazione per il proprio aspetto, mentre il continuo passaggio tra notifiche e applicazioni può sovraccaricare l’attenzione. Il gioco online coinvolge meccanismi della ricompensa molto diversi da quelli attivati dalla lettura, mentre le videoconferenze ci costringono per ore a osservare la nostra stessa immagine, un comportamento che nella vita fisica non esiste. Chiamare tutto questo “tempo davanti allo schermo” nasconde quindi proprio la parte più importante.
Lo studio ha individuato anche 37 nuove espressioni cliniche, comparse nella letteratura scientifica ma ancora assenti dalle classificazioni internazionali delle malattie, che riguardano fenomeni come l’affaticamento visivo digitale, i dolori al collo provocati dall’uso del telefono e l’ansia alimentata dalla ricerca compulsiva di informazioni sanitarie. Queste definizioni non rappresentano tutte malattie riconosciute e alcune dispongono ancora di prove limitate, tanto che gli stessi autori invitano alla cautela. Gran parte degli studi esaminati è osservazionale e molti risalgono agli anni della pandemia, perciò le associazioni rilevate non dimostrano automaticamente un rapporto di causa ed effetto. La ricerca mostra comunque una lacuna evidente ovvero che viviamo ormai dentro ambienti digitali, ma continuiamo a studiarli con un cronometro. Gli autori propongono quindi un nuovo sistema di valutazione, nel quale la durata continuerebbe a essere misurata, ma verrebbe collegata al dispositivo utilizzato e al tipo di interazione, includendo nell’analisi anche i contenuti visualizzati.
Sarebbe un cambiamento importante anche per le politiche pubbliche, perché dire a un ragazzo di trascorrere meno tempo davanti allo schermo serve fino a un certo punto, se quello stesso schermo viene usato per studiare e partecipare alla vita sociale. Per valutare i rischi occorre capire quali attività svolge e quali contenuti riceve. Qui emerge anche la responsabilità delle aziende tecnologiche, dal momento che il dibattito sul benessere digitale viene spesso scaricato interamente sull’individuo, invitato a controllare il tempo e a limitare le notifiche. Dall’altra parte dello schermo lavorano però sistemi progettati per prolungare ogni sessione e trasformare l’attenzione in valore economico.
Per comprendere gli effetti del digitale sulla salute occorre quindi studiare anche il funzionamento delle piattaforme. Le aziende conoscono la durata di ogni utilizzo e osservano le reazioni degli utenti ai diversi contenuti, mentre i ricercatori e le autorità sanitarie dispongono di informazioni molto più limitate. Gli autori dello studio chiedono ulteriori studi longitudinali e sperimentali più solidi, insieme a strumenti di misurazione capaci di seguire l’evoluzione delle tecnologie. Propongono inoltre di aggiornare regolarmente le indicazioni di sanità pubblica e di introdurre la valutazione dell’uso digitale nella prevenzione clinica.





