“Un reddito universale elevato, erogato tramite assegni emessi dal governo federale, rappresenta il modo migliore per far fronte alla disoccupazione causata dall’intelligenza artificiale. L’IA e la robotica produrranno beni e servizi in misura ben superiore all’aumento dell’offerta di moneta, quindi non ci sarà inflazione”. È il post pubblicato ieri, su X da Elon Musk, con cui uno degli uomini che più di tutti sta spingendo la corsa all’intelligenza artificiale, mette nero su bianco un punto politico enorme. Se le macchine sostituiscono quote crescenti di lavoro umano, serve un reddito universale garantito dallo Stato.
Per noi il tema non arriva oggi, lo sosteniamo da sempre. Quando la tecnologia aumenta la produttività in modo radicale, la questione decisiva diventa la distribuzione della ricchezza, perché i profitti si concentrano nelle mani di chi possiede piattaforme, dati, algoritmi e infrastrutture, mentre i rischi si scaricano invece sui lavoratori. E poi c’è una politica che continua a rincorrere il passato mentre il futuro è già entrato nelle industrie, negli uffici, nella logistica, ovunque.
E Musk già nel 2017 al World Government Summit di Dubai, diceva che l’automazione avrebbe reso necessario un reddito universale. Aveva già parlato in passato di “universal high income”, quindi di un reddito capace di garantire una vita dignitosa e non soltanto la sopravvivenza. La scelta della parola high (elevato) è anche comunicativa, “high” suona come abbondanza, ambizione, futuro e Musk è un venditore di “futuro”, e in questo linguaggio c’è la volontà di alzare l’asticella. Se il mondo cambia radicalmente, anche la redistribuzione deve salire di livello.
Il post di ieri compie però un passo in più perché lega questa visione a uno strumento pubblico preciso, assegni federali per affrontare la disoccupazione prodotta dall’IA.
Se l’intelligenza artificiale e la robotica moltiplicano la capacità di produrre beni e servizi, quella ricchezza deve tornare alla gente. Se la produttività cresce grazie all’IA, a macchine, software, dati pubblici, conoscenza collettiva, una parte di quella ricchezza deve finanziare diritti universali. Reddito, formazione continua, sanità, istruzione, accesso all’energia, accesso alla mobilità, accesso alla cultura.
Chi ha trattato il reddito universale come una follia ideologica oggi dovrebbe almeno prendere atto della realtà. L’FMI ha scritto che l’IA può incidere su circa il 40% dei lavori nel mondo e fino al 60% nelle economie avanzate. Il World Economic Forum prevede per il periodo 2025/2030 una trasformazione del 22% dei lavori attuali, con 170 milioni di nuovi posti e 92 milioni di posti spiazzati.
Uno dei simboli del “capitalismo tecnologico” oggi scrive che senza un reddito universale il sistema rischia di non reggere l’urto dell’intelligenza artificiale sul lavoro. Quanto tempo vogliamo ancora perdere prima di metterlo in atto?





