I data center che alimentano l’intelligenza artificiale stanno scalando la classifica dei “divoratori” di elettricità globale. Se fossero uno Stato, nel 2026 si piazzerebbero al 5° posto per consumo energetico, subito dopo la Cina, gli Stati Uniti, l’India e l’Unione Europea e sopra Giappone e Russia. A lanciare l’allarme sono due rapporti pubblicati in questi giorni da Brookings Institution e Greenpeace.
Secondo le stime più citate, il fabbisogno elettrico globale dei data center potrebbe toccare quota 1.050 TWh entro il 2026. È l’equivalente del consumo annuo del Giappone, che nel 2023 si attestava intorno ai 1.000 TWh. Brookings evidenzia che già oggi i data center assorbono l’1-2% dell’energia mondiale, ma con l’accelerazione dell’IA generativa la quota potrebbe salire al 21% entro il 2030. Il nuovo rapporto di Greenpeace rincara la dose: senza interventi dei governi, la domanda di elettricità dei data center per IA nel 2030 sarà 11 volte superiore a quella del 2023. L’AIE, citata nello stesso studio, proietta 945 TWh solo per i data center nel 2030, “più o meno il consumo attuale del Giappone”.
Negli USA i data center usavano il 4,4% dell’elettricità nazionale nel 2023 e potrebbero arrivare al 6% nel 2026. Per raffreddare l’hardware servono enormi quantità d’acqua. Alcuni ricercatori UK stimano che nel 2027 il consumo idrico globale dei data center potrebbe eguagliare metà di quello dell’intero Regno Unito.
L’espansione è velocissima, ma i conti ambientali sono ancora opachi. Greenpeace ha analizzato le comunicazioni delle principali aziende tech: il 74% delle dichiarazioni sui benefici climatici dell’IA risulta non verificato. Manca cioè un sistema condiviso di misurazione, standard e reporting. Brookings sottolinea la stessa criticità: le richieste energetiche variano enormemente tra modelli e task. Generare un video di 5 secondi con IA può consumare 3,4 milioni di joule, l’energia di un microonde acceso per oltre un’ora. Eppure molte aziende non rendono pubblici i dati sui consumi reali. La crescita dell’IA sta trasformando i data center da “consumatori passivi” a soggetti che co-investono in infrastrutture e generazione in loco, perché la rete tradizionale non regge il ritmo. Uno studio Berkeley/Brattle Group ha mostrato che dal 2019 al 2024 c’era capacità in eccesso, ma con 134 GW di nuovi data center proposti solo negli USA non sarà più così. C’è poi l’impatto di fine vita: una GPU dura circa 4 anni. Ad oggi non esistono dati chiari su smaltimento e impatto ambientale dell’hardware dismesso.
Sia Brookings che Greenpeace convergono su tre priorità emerse nella settimana corrente di negoziati e policy. Servono obblighi di trasparenza sui consumi per modello e data center con metriche standard; strumenti internazionali per regolare dove e come si costruiscono i data center, legando i permessi a piani energetici concreti; e un’accelerazione su rinnovabili, accumulo e generazione on-site per evitare che l’IA diventi un freno agli obiettivi climatici.
Quando parliamo di IA parliamo inevitabilmente di politica. Con 1.050 TWh all’anno, parliamo di un “paese invisibile” che entra di prepotenza nella geopolitica dell’energia, e senza regole chiare, il rischio è che i benefici dell’IA vengano pagati con una bolletta climatica insostenibile.
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