di Saverio Pipitone
Il 16 aprile 2020 alle ore 22, nella sua abitazione a Łódź in Polonia, la giornalista Ewa Żarska fu trovata morta impiccata. Aveva 45 anni. Gli inquirenti, senza prove di reato, archiviarono il caso come suicidio.
Ewa indagava sulla pedofilia. Dopo alcuni mesi di ricerche e con l’aiuto di un informatore anonimo degli ambienti pedopornografici, era riuscita a visionare una chat in cui l’username “Piotr” messaggiava vantandosi della violenza su una bambina di sei anni: stordita, abusata, torturata e soffocata, per poi smembrarla e bruciarla.
Scoprì che si trattava di Krzysztof Pomorski, cittadino polacco del 1958, laureato al Politecnico di Łódź. Era ricercato in patria dal 2006 per avere descritto su internet stupri di bambini e caricato migliaia di orribili immagini, ma la polizia non l’aveva mai scovato.
«Fantasie estremamente malate o crimini reali?» si chiese Ewa. In due settimane lo rintracciò, parlandogli anche al telefono: viveva indisturbato a San Pietroburgo, in Russia, con una nuova famiglia e un impiego da direttore tecnico nell’azienda edile KB VIPS, per la quale costruì il secondo palco dello storico teatro Mariinsky; appariva in tv o nei congressi come esperto ingegnere.
Il 18 gennaio 2017, l’inchiesta di Ewa Żarska, dal titolo “La piccola supplicava di non ucciderla”, venne trasmessa dal canale televisivo Polsat News. Nel frattempo, le autorità polacche si riattivarono con l’invio ai russi del mandato di cattura e la richiesta di estradizione: Pomorski fu arrestato il 14 luglio 2017 e poi messo ai domiciliari, ma la Russia non l’ha mai estradato. Sul sito della polizia polacca c’è tuttora la sua scheda identificativa (link), ripresa dall’Interpol, come ricercato dal 28 giugno 2019.
Pomorski è nato e cresciuto a Pabianice. In questa città, la mattina del 21 febbraio 1976, scomparve un bambino di quasi quattro anni, Wojtuś, mentre stava giocando nel parco della Libertà di fronte al condominio dove viveva. Nei giorni seguenti fu ritrovato morto nella cantina di un edificio in costruzione poco distante: era appeso a un gancio sul soffitto con la sua sciarpa rosa e il ventre squartato; sul corpicino c’era l’indizio di un lungo capello nero da uomo. Uno psicologo spiegò che, infliggendo dolore al bambino, l’aggressore aveva ottenuto una gratificazione sessuale.
Qualche mese dopo, nella vicina Łódź un altro bambino di quattro anni, Piotruś, fu violentato, strangolato e ucciso: il reo confesso, Marek J., ammise pure l’assassinio di Wojtuś, ma al processo ritrattò quest’ultimo crimine dichiarando di essere stato picchiato dalla polizia, che lo costrinse a rilasciare una falsa confessione; inoltre quel giorno aveva un alibi e il capello nero non era il suo.
All’epoca, Krzysztof Pomorski, con capelli neri e diciottenne, abitava vicino al piccolo Wojtuś e ogni giorno attraversava il parco della Libertà per andare a scuola. Ewa Żarska sospettava che fosse lui l’assassino e provò a verificare se quella mattina era in classe, ma un incendio nel 1988 aveva distrutto i registri scolastici. Il caso resta irrisolto e peraltro è caduto in prescrizione dal 2006.
Le stime mondiali annue confermano che il fenomeno della pedofilia è enorme, soprattutto online: 1,7 milioni di bambini in situazioni di sfruttamento sessuale commerciale forzato; 460.000 denunce di minori scomparsi negli Stati Uniti e dai 50.000 ai 100.000 in altri Paesi come Canada, Russia, Germania, Inghilterra e India; 300 milioni di abusati sul web. Meticolose analisi su innumerevoli video e foto, nelle piattaforme online anonime, documentano che, nella maggior parte dei reati sessuali sui minori, le vittime sono irriconoscibili, in età prepuberale, compresi neonati, di genere femminile, mentre i pedofili sono maschi. I server sono localizzati prevalentemente in Europa e America, al servizio del cyber-pedofilo che scarica file, per soddisfare virtualmente i propri impulsi, nelle diverse attitudini di geloso collezionista, selezionatore di particolari categorie e condivisore gratuito o commerciale. Inoltre, allontanandosi dalla realtà e nel contempo erodendo le inibizioni, è pronto a mutare in pedofilo che agisce fisicamente, di solito classificato come “seduttore” con affettuose abilità manipolatorie, introverso con modalità esibizionistiche o sadico con atti aggressivi fino all’assassinio (fonti IOL, Global Missing Kids, Childlight, Interpol-Ecpat, Meter Onlus).
Il pedocrimine è organizzato come rete complessa, gerarchica e internazionale, che spesso include personaggi facoltosi e potenti, con episodi di collusioni o protezioni politiche e di negligenze giudiziarie: dal covo Dutroux in Belgio degli anni Novanta all’orfanotrofio Casa Pia di Lisbona in Portogallo all’inzio degli anni Duemila e al più recente campeggio di Lügde in Germania, fino all’archivio del finanziere Jeffrey Epstein, condannato per pedofilia e legato a nomi illustri dell’élite globale.
Con il reportage su Pomorski, Ewa Żarska vinse il premio MediaTory, votato dagli studenti universitari di giornalismo, per elevati standard di professionalità. Da dieci anni lavorava come reporter a Polsat News, con precedenti esperienze, dopo la laurea in filologia, nel magazine Fakt, in Radio Łódź, Telewizja Piotrków, TVN24 e TV Biznes.
Fra le sue inchieste più note ci sono la scoperta di una discarica illegale a Szołajdy con sostanze tossiche per suolo e aria; il ritrovamento a Łódź, mentre la polizia brancolava nel buio, dell’esanime ventenne incinta Kaja, già madre di un bimbo, strangolata a morte dal compagno e nascosta dentro il divano di casa.
Amici e colleghi ricordano Ewa come briosa, disponibile, coraggiosa, perspicace e ricercatrice di verità. Il giorno della morte, sui social, condivise al mattino la voglia di andare al mare, in vacanza al sole. Stava scrivendo un libro sulla pedofilia, indagando il coinvolgimento e le connivenze di persone influenti nella tratta e nell’affido dei minori.
L’unico libro pubblicato di Ewa Żarska è “Łowca”, edito nel 2018 da Znak Literanova, con un reportage in stile Capote, tra narrazione dettagliata e testimonianze dirette, sull’insegnante e pedokiller seriale Mariusz Trynkiewicz che, nel luglio 1988, in momenti diversi, con l’inganno attirò in casa e uccise quattro ragazzini, figli di operai: il tredicenne Wojciech, strangolato; l’undicenne Tomasz e i dodicenni Artur e Krzysztof, accoltellati e bruciati. I cadaveri furono rinvenuti nel bosco di Piotrków Trybunalski (città natia di Ewa).
Nell’introduzione al libro, scrive: «Le vacanze al mare a Dziwnów erano una nostra tradizione di famiglia… Nell’agosto del 1988 eravamo lì per la decima volta… Io, figlia tardiva dei coniugi Żarskich, avevo 13 anni. Era poco prima di mezzogiorno. Alla radio passava il successo dell’estate e la rivelazione dell’anno: Krzyś Antkowiak. Qualche mese prima aveva cantato quello che probabilmente era il suo più grande successo, Zakazany owoc. Ci stavamo divertendo – fino al momento in cui lo speaker al giornale radio iniziò a leggere: “Nel bosco vicino a Piotrków Trybunalski sono stati ritrovati i corpi carbonizzati di tre ragazzi. La milizia cerca l’assassino”… Quel giorno qualcuno aveva seminato in noi la paura».
L’AUTORE
Saverio Pipitone – Giornalista pubblicista e redattore economico-finanziario. Autore di articoli di varie tematiche, dalla critica economico sociale alla storia, dall’ecologia al consumismo. Oltre a Pesticidi a tavola, ha scritto i libri Shock Shopping La malattia che ci consuma (Arianna Editrice) e Forno a Microonde? No Grazie (Macro Edizioni). Blog: saveriopipitone.blogspot.com





