Come avevamo già raccontato, il CEO di Nvidia Jensen Huang ha spiegato che la nuova era dell’intelligenza artificiale avrà bisogno anche di elettricisti, idraulici, tecnici, operai e costruttori. E tornano utili persino i filosofi, chiamati dalle aziende tecnologiche a ragionare su etica, fiducia e comportamento delle macchine.
Nell’epoca delle macchine intelligenti tornano dunque centrali le mani e il pensiero. Ed ecco che una notizia curiosa arrivata dalla Cina conferma questo cambio di rotta. È bastato un annuncio di lavoro per raccontare meglio di mille statistiche il disagio di un’intera generazione.
Un allevatore, Zuo Xiaoyong, cercava due coppie di pastori per occuparsi di 3.000 pecore nelle praterie della Mongolia Interna. Un lavoro duro, isolato, con inverni che possono scendere sotto i meno 30 gradi, eppure l’annuncio è diventato virale. Ha raccolto oltre 59 milioni di visualizzazioni su Weibo, il Twitter cinese, e più di 700 candidature, arrivate anche da impiegati delle grandi città, operai e giovani laureati.
La paga era alta rispetto alla media locale, circa 8.000 yuan al mese a persona, poco più di 1.000 euro, con vitto e alloggio compresi. Una coppia di pastori avrebbe potuto guadagnare complessivamente 16.000 yuan al mese, circa 2.000 euro, per vivere e lavorare in una yurta, lontano dalla città, portando al pascolo le pecore e occupandosi della fattoria tutto l’anno.
La notizia ha fatto sorridere molti, perché sembra la classica storia curiosa da social, ma dietro quelle candidature, però, c’è una fotografia molto precisa della Cina di oggi. Persone con un lavoro d’ufficio, giovani appena usciti dall’università, operai stanchi di turni pesanti e salari bassi hanno guardato a quel mestiere antico come a una via di fuga, lontano dagli uffici, dalla competizione urbana, dalla pressione continua delle grandi città e dalla cultura del “996”, il modello di lavoro dalle 9 del mattino alle 9 di sera per sei giorni alla settimana. Fare il pastore, in quel contesto, diventa quasi un sogno moderno, una fuga dal lavoro digitale, dai ritmi imposti dagli schermi e da un mercato che chiede sempre di più. Un mestiere faticoso, fisico, esposto al freddo e alla solitudine, viene percepito come più umano di tante occupazioni considerate moderne.
Zuo Xiaoyong, alla fine, ha scelto quattro pastori con esperienza, scartando molti candidati urbani. Quel lavoro richiede resistenza, abitudine all’isolamento e conoscenza degli animali. Il dato più importante resta il numero di persone che hanno provato a candidarsi. In un Paese dove la disoccupazione ufficiale resta poco sopra il 5%, crescono il sottoimpiego, i salari stagnanti e la difficoltà di molti giovani a trovare un lavoro stabile.
Tasso di disoccupazione in Cina per fasce d’età specifiche
La reazione alla pubblicità di Zuo è stata “sintomatica di quello che continua ad essere un mercato del lavoro altamente competitivo e spesso poco remunerativo”, ha affermato Lynn Song, capo economista per la Cina presso ING. “I lavori in ambito urbano stanno diventando meno attraenti e più rari.”
Questa storia ci fa riflettere sul concetto di lavoro che abbiamo costruito. L’intelligenza artificiale promette di liberarci dalla fatica, però intanto molti cercano un lavoro che abbia ancora un corpo, un luogo e un ritmo umano. Persino una pecora, oggi, sembra più reale di una call davanti uno schermo di un pc.






