L’americano tipo dedica ogni anno alla propria auto più di 1600 ore: ci sta seduto, in marcia e in sosta; la parcheggia e va a prenderla; si guadagna i soldi occorrenti per l’anticipo sul prezzo d’acquisto e per le rate mensili; lavora per pagare la benzina, i pedaggi dell’autostrada, l’assicurazione, il bollo, le multe. Ogni giorno passa quattro delle sue sedici ore di veglia o per la strada o occupato a mettere insieme i mezzi che l’auto richiede. E questa cifra non comprende il tempo speso in altre occupazioni imposte dal trasporto: quello che si trascorre in ospedale, in tribunale e in garage; quello che si passa guardando alla televisione i caroselli sulle automobili, scorrendo pubblicazioni specializzate, partecipando a riunioni per l’educazione del consumatore in modo da saper fare un acquisto migliore alla prossima occasione. L’americano tipo investe queste 1600 ore per fare circa 12.000 chilometri: cioè appena sette chilometri e mezzo per ogni ora […]
Un paese si può definire sottoattrezzato quando non è in grado di dotare ogni cittadino d’una bicicletta o di fornire come supplemento un cambio a cinque velocità a chi voglia trasportare gente pedalando. È sottoattrezzato se non può offrire buone strade ciclabili oppure un servizio pubblico gratuito di trasporto motorizzato, ma alla velocità delle biciclette, per chi intende viaggiare per più di poche ore consecutive. Non esiste alcuna ragione tecnica, economica o ecologica perché in qualsiasi luogo si debba oggi tollerare una simile arretratezza. Sarebbe scandaloso se la mobilità naturale di un popolo fosse costretta suo malgrado a stagnare a un livello pre-bicicletta. Un paese si può considerare sovraindustrializzato quando la sua vita sociale è dominata dall’industria del trasporto, che determina i privilegi di classe, accentua la penuria di tempo e lega sempre più strettamente la popolazione ai binari ch’essa le traccia. Al di là della sottoattrezzatura e della sovraindustrializzazione, c’è posto per il mondo dell’efficacia post-industriale, dove il modo di produzione industriale è complementare ad altre forme autonome di produzione. C’è posto, in altre parole, per un mondo di maturità tecnologica. Per quanto riguarda il traffico, è il mondo di coloro che hanno triplicato le dimensioni del loro orizzonte quotidiano salendo su una bicicletta. E anche il mondo caratterizzato da una varietà di motori ausiliari disponibili per i casi in cui la bicicletta non basta più e una spinta suppletiva non limita né l’equità né la libertà. […]
La liberazione dall’opulenza comincia nelle isole pedonali dove ora i ricchi s’incontrano tra loro. Nelle società opulente coloro che fruiscono di alte velocità sono sballottati da un’isola all’altra senz’altra compagnia fuorché quella di altri passeggeri diretti da qualche altra parte. Questa solitudine dell’abbondanza potrebbe cominciare a rompersi se a poco a poco le isole pedonali si espandessero e la gente riprendesse a usare l’innata facoltà di muoversi intorno al luogo in cui vive. L’ambiente impoverito dell’isola pedonale potrebbe così incarnare l’inizio della ricostruzione sociale, e le persone che oggi si dicono ricche potrebbero sottrarsi alla servitù del trasporto superpotente il giorno in cui arrivassero ad amare l’orizzonte delle loro isole pedonali, ormai giunte al pieno sviluppo, e ad aver paura di allontanarsi troppo spesso dalla propria dimora. La liberazione dalla carenza inizia dal punto opposto. Spezza le costruzioni del villaggio e della vallata e fa cessare la noia derivante dalla ristrettezza d’orizzonti e dalla soffocante oppressività di un mondo chiuso in se stesso.
Tratto da “Energia ed Equità” di Ivan Illich





