Qualche settimana fa abbiamo scritto dell’economia dell’oblio, della possibilità di sottrarsi allo sguardo pubblico nel mondo digitale. In Giappone questa idea assume ora una forma concreta e quotidiana. Esiste difatti un termine preciso per indicare le persone che scelgono di sparire, di cancellare ogni traccia, si chiamano johatsu, letteralmente “evaporati”.
In una delle società più tecnologicamente avanzate e tracciate del pianeta, migliaia di persone ogni anno decidono di scomparire, abbandonano lavoro, relazioni, famiglia, identità legale; smettono di esistere nella loro forma precedente e ricominciano altrove. La scelta della sparizione volontaria è radicata in dinamiche sociali profonde che riguardano la pressione del successo, la vergogna legata al fallimento economico, il peso dei debiti, divorzi conflittuali, violenze domestiche, traumi personali. In un contesto culturale dove la reputazione ha un valore centrale, la fuga diventa per alcuni una strategia di sopravvivenza. Le stime sul fenomeno sono complesse perché la sparizione volontaria vive in una zona d’ombra statistica, ma le cifre ufficiali della polizia giapponese registrano ogni anno tra 70.000 e 90.000 denunce di persone scomparse. Ricercatori e associazioni che studiano il fenomeno ritengono che una parte significativa di questi casi sia riconducibile ai johatsu e che il numero reale di sparizioni volontarie sia più alto, nell’ordine di centinaia di migliaia su scala pluriennale. La difficoltà di misurazione è parte integrante del fenomeno stesso.
Attorno a questa scelta si è sviluppato un vero settore economico. In Giappone operano le yonige-ya, le “agenzie di fuga notturna”, imprese specializzate nell’organizzare sparizioni; offrono traslochi, consulenza logistica, trasferimenti rapidi e assistenza per ricominciare in un’altra città. I costi variano in genere tra 50.000 e 300.000 yen, una cifra compresa approssimativamente tra 300 e 1.900 euro, a seconda della complessità dell’operazione. Queste agenzie lavorano ai margini della legalità senza violarla apertamente. La normativa giapponese tutela in modo rigoroso la privacy individuale e la polizia interviene solo in presenza di reati o sospetti concreti. La sparizione volontaria, in assenza di crimini, resta una scelta personale protetta.
I registi Andreas Hartmann e Arata Mori hanno raccontato il fenomento nel documentario “Into Thin Air”, disponibile su DocPlay. Il film segue operatori delle agenzie, persone che hanno scelto di “evaporare” e familiari che convivono con l’assenza. Emergono storie di indebitamento, di violenza domestica, di pressioni lavorative insostenibili, di vergogna sociale. La sparizione appare come una frattura radicale con il passato e allo stesso tempo come un tentativo di ricostruzione.
Il fenomeno degli Johatsu racconta qualcosa che supera i confini del Giappone. In molti paesi esiste una quota stabile di sparizioni volontarie legate a crisi personali, debiti, violenze domestiche o rotture familiari. Negli Stati Uniti l’FBI registra ogni anno oltre 500.000 denunce di persone scomparse, e gli studi interni indicano che una parte rilevante dei casi riguarda allontanamenti volontari. Nel Regno Unito le segnalazioni annuali superano le 170.000, secondo l’ente Missing People, con migliaia di adulti che scelgono consapevolmente di interrompere i contatti. In Germania la polizia federale conta ogni anno circa 100.000 denunce, la maggior parte risolta in tempi brevi, ma con una componente costante di sparizioni volontarie.
In Italia i dati del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse registrano ogni anno tra 20.000 e 25.000 segnalazioni, e una parte riguarda allontanamenti volontari di adulti che decidono di interrompere i legami con il proprio ambiente. Il desiderio di interrompere la propria vita pubblica non è confinato a una singola cultura quindi; in una società globale costruita sulla performance continua, sull’esposizione permanente e sulla tracciabilità digitale, l’idea di sparire diventa una forma estrema di autodeterminazione. La presenza sociale richiede energia, stabilità economica e riconoscimento; quando queste condizioni si spezzano, alcune persone scelgono di interrompere il “racconto” pubblico della propria esistenza e decidono di scriverne uno nuovo… in silenzio.





