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di Niccolò Morelli – Negli Stati Uniti la definiscono “la seconda carica più importante del Paese” dopo, ovviamente, quella ricoperta dall’inquilino della Casa Bianca.

Diventare primo cittadino della “capitale del mondo”, New York, ha dunque un’enorme importanza in termini di responsabilità e visibilità.

Questo 2021, oltre a restituirci (si spera) le tante libertà messe nel cassetto per fronteggiare il coronavirus, decreterà un vincitore nella corsa per diventare sindaco della Grande Mela tra oltre trenta candidati.

Al contrario di quanto prospettato solo un anno fa, il sindaco uscente De Blasio registra un crollo vertiginoso negli indici di popolarità e anche se sembra scontato che ad essere eletto sarà un rappresentante democratico, la rosa dei papabili è talmente ampia che la corsa è apertissima. Talmente aperta che, stando ai rumors, il favorito sembra essere uno degli ultimi ad essersi unito alla corsa: Andrew Yang.

Yang, quarantaseienne avvocato e imprenditore tecnologico di origine asiatiche, già molto popolare negli Stati Uniti dopo aver partecipato, senza successo, alle primarie democratiche per le elezioni Presidenziali, ha riscosso una notevole attenzione per il suo stile comunicativo e per l’originalità delle sue idee. Proprio grazie alla forza delle sue idee, il giovane astro nascente della politica statunitense, si è costruito in breve tempo una base elettorale molto agguerrita e una reputazione solida.

Il punto cardine della sua campagna elettorale, il tema principale sul quale Yang intende costruire la sua carriera politica ruota attorno quello che egli stesso ha definito “The freedom dividend” e cioè un Reddito di base universale.

Il principale candidato a diventare sindaco della più conosciuta e importante città al mondo è intenzionato ad istituire un reddito universale. La città degli imprenditori, dei tycoons, del mercato immobiliare più caro al mondo, del lusso sfrenato e della finanza di Wall Street “rischia” di eleggere un sindaco che ha come primo obiettivo quello della redistribuzione della ricchezza verso le classi più svantaggiate attraverso la messa appunto di un meccanismo che non lasci nessuno indietro.

Si sa, gli Stati Uniti sono da sempre l’avanguardia del mondo occidentale, quello che succede dall’altra parte dell’oceano prima o poi investe anche il vecchio continente sia in fatto di tecnologie, tendenze, mode o idee. Una cosa alla quale però il nostro continente, e in particolare il nostro Paese, sembra impermeabile è la serietà con cui la stampa e l’opinione pubblica tratta coloro che portano avanti idee del genere.

Se Yang è diventato uno dei candidati più appetibili oltre che un politico riconosciuto e rispettato lo si deve anche al modo in cui i media statunitensi lo hanno “raccontato” alla popolazione. Anziché additarlo come pazzo o millantatore per la sua proposta di un reddito universale (che durante le primarie democratiche voleva estendere a TUTTA la popolazione statunitense) relegandolo a qualche trafiletto in decima pagina, l’interesse che Yang ha suscitato con le sue idee ha portato alla realizzazione di un vero e proprio dibattito nazionale sul tema, e questo è stato possibile anche grazie all’impegno profuso da giornalisti e commentatori nel far conoscere ai cittadini statunitensi un punto di vista diverso.

La distanza siderale che ci separa da questo genere di informazione, che ha come scopo principe quello di informare (ma pensa un po’), è dimostrata dal fatto che nei pochi articoli italiani in cui si parla della corsa a sindaco di New York, Yang viene presentato come colui che vuole portare il Reddito di cittadinanza nella Grande Mela, quasi fosse una spia grillina in missione negli Usa per “distruggere” il sistema dall’interno.

Sono passati quasi tre anni dall’entrata in vigore del Reddito di cittadinanza in Italia, e molti di più da quando per la prima volta un comico rivoluzionario parlò dell’esigenza di un Reddito universale per tutti. Se l’impegno profuso a ridicolizzare questa splendida proposta da parte dei canali mainstream di informazione, fosse stato impiegato per spiegarla ai lettori e ai cittadini, forse adesso ci si sorprenderebbe un po’ di meno a leggere le notizie che arrivano dalla costa est degli Stati Uniti.

Forse, guardando un po’ più in là del proprio naso, ci si renderebbe conto che si parla di Reddito universale in tutto il mondo: dall’Alaska alla Finlandia, dalla Svizzera all’India e magari si eviterebbe l’imbarazzo di chi, dopo anni, non distingue il Reddito di cittadinanza da un Reddito universale.

Con la sua elezione Yang potrebbe dare il via ad una vera e propria rivoluzione delle coscienze e delle istituzioni. Se si dovesse verificare, l’esperimento del Reddito universale a New York potrebbe essere la testa d’ariete che sfonda il portone del palazzo e che porta questa proposta ad essere universalmente riconosciuta ed adottata.

Potrebbe davvero essere l’inizio della fine del modello economico che siamo abituati a conoscere, quello per cui il reddito è sempre e solo una conseguenza diretta del lavoro effettuato.

“L’inizio è un Reddito di cittadinanza, ma il sogno è un Reddito universale per tutti”.

 

L’AUTORE

Niccolò Morelli, classe 1993, nasce ad Empoli ma vive tra le colline toscane di Vinci, il paese che dette i natali al genio di Leonardo. Nel 2018 si laurea in Scienze Politiche all’Università di Firenze e due anni dopo consegue il diploma di Master in Scienze del lavoro, frequentato per metà all’Université Catholique de Louvain in Belgio, con una tesi dal titolo “Digitalizzazione e robotizzazione: verso un futuro senza lavoro?”.

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