La musica come l’abbiamo conosciuta finora sta finendo. Sta finendo l’idea di un gesto umano, di un’intuizione, di un errore, di una voce che vibra dentro un microfono, e al suo posto sta avanzando una produzione automatica, infinita… artificiale.
Secondo i dati resi pubblici da Deezer, piattaforma francese tra le principali a livello globale, il 44% di tutti i nuovi brani caricati online è ormai generato interamente dall’intelligenza artificiale. Si tratta di circa 75.000 tracce al giorno, un volume che ha registrato una crescita di sette volte e mezzo rispetto ai 10.000 upload giornalieri rilevati all’inizio del 2025. La maggior parte di questi contenuti, secondo la stessa piattaforma, viene segnalata come fraudolenta, sollevando interrogativi urgenti sul futuro della remunerazione artistica, sulla trasparenza delle piattaforme e sulla sostenibilità stessa del modello di streaming.
Deezer ha osservato che l’85% degli ascolti attribuiti a brani generati dall’IA presenta pattern riconducibili a comportamenti automatizzati: bot che riproducono in loop tracce create artificialmente per generare royalty illegittime. In un ecosistema in cui i proventi vengono distribuiti in base al volume complessivo di streaming, questa pratica diluisce il valore delle ripartizioni, penalizzando gli artisti umani e i creatori di contenuti originali. Nel corso del 2025, la piattaforma ha identificato e taggato oltre 13,4 milioni di tracce come prodotte dall’intelligenza artificiale, adottando misure proattive per escluderle dalle playlist editoriali e dai sistemi di raccomandazione algoritmica. Inoltre, Deezer ha scelto di non archiviare versioni ad alta risoluzione di questi brani, un segnale tecnico ed economico che riflette una precisa gerarchia di priorità.
La sfida tecnologica è complessa, perchè iconoscere un brano generato dall’IA non è banale, un’indagine commissionata a Ipsos su 9.000 partecipanti in otto paesi ha rivelato che il 97% degli ascoltatori non è in grado di distinguere, in un test alla cieca, una composizione umana da una sintetica. Questo dato evidenzia un paradosso contemporaneo; mentre la qualità tecnica della musica prodotta dall’intelligenza artificiale raggiunge livelli indistinguibili per l’orecchio medio, il pubblico esprime un forte desiderio di trasparenza. L’80% degli intervistati ritiene che i brani interamente generati dall’IA dovrebbero essere chiaramente etichettati, e oltre la metà ritiene che non dovrebbero comparire nelle classifiche ufficiali insieme alla musica realizzata da artisti in carne e ossa. La piattaforma Deezer è attualmente l’unica a taggare esplicitamente i contenuti AI, a rimuovere automaticamente tali brani dai circuiti di raccomandazione e a rendere pubblica la propria tecnologia di rilevamento, con un tasso di falsi positivi dichiarato inferiore allo 0,01%. Alexis Lanternier, CEO dell’azienda, ha sottolineato come queste misure abbiano permesso di contenere significativamente l’impatto delle frodi legate all’IA, preservando l’integrità del sistema di remunerazione. Tuttavia, la battaglia non si combatte in solitaria: mentre Deezer adotta un approccio trasparente, altre piattaforme mostrano strategie diverse. Spotify sta ancora definendo le proprie policy, Apple Music si affida all’auto-dichiarazione da parte di artisti ed etichette, e Bandcamp ha scelto di vietare completamente la musica generata dall’intelligenza artificiale. Questa frammentazione normativa rischia di creare asimmetrie competitive e di confondere ulteriormente gli utenti.
Proprio questa mancanza di trasparenza da parte delle altre major piattaforme rende difficile tracciare un quadro completo del fenomeno. Spotify, Apple Music, Amazon Music e YouTube Music non pubblicano dati comparabili su quanti brani generati dall’IA vengano caricati quotidianamente o su quale percentuale di streaming possa essere attribuita a comportamenti fraudolenti. Se si volesse azzardare un’ipotesi, è ragionevole pensare che le proporzioni rilevate da Deezer non siano un’eccezione, ma piuttosto la punta di un iceberg sommerso. Considerando che gli strumenti di generazione musicale come Suno, Udio e altri sono accessibili globalmente e che le dinamiche di frode legate allo streaming non conoscono confini di piattaforma, è probabile che volumi simili di contenuti sintetici circolino anche altrove. La differenza potrebbe risiedere nella capacità di rilevamento: se altre piattaforme non dispongono di sistemi altrettanto sofisticati, il fenomeno potrebbe essere addirittura sottostimato. Oppure, al contrario, politiche di upload più restrittive o basi utenti differenti potrebbero contenere il fenomeno in misura variabile. Senza dati pubblici, restiamo nel campo delle supposizioni, ma l’onere della prova dovrebbe gravare su chi gestisce cataloghi da centinaia di milioni di brani: la trasparenza non è solo una questione di buona fede, ma di responsabilità verso artisti e ascoltatori.
Uno studio condotto da CISAC e PMP Strategy stima che, se la tendenza attuale dovesse proseguire senza interventi correttivi, fino al 25% dei ricavi destinati ai creatori potrebbe essere eroso entro il 2028, con una perdita potenziale di quattro miliardi di euro a livello globale. Il rischio non è solo finanziario: la proliferazione incontrollata di contenuti sintetici potrebbe alterare la percezione del valore artistico, rendendo più difficile per gli ascoltatori orientarsi in un catalogo sempre più saturo e omogeneizzato.
Il dibattito si estende oltre le piattaforme di streaming, toccando questioni fondamentali di diritto d’autore e di etica della produzione culturale. L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale musicale avviene spesso su dataset composti da opere protette, senza sempre un consenso esplicito degli autori originali. Mentre alcune giurisdizioni iniziano a esplorare quadri normativi specifici, il settore rimane in una zona grigia, dove l’innovazione tecnologica corre più veloce della regolamentazione. In questo contesto, la scelta di Deezer di pubblicare dati dettagliati e di condividere la propria tecnologia rappresenta un segnale importante. La trasparenza, unita a strumenti di rilevamento affidabili, potrebbe diventare il fondamento di un nuovo patto tra piattaforme, artisti e ascoltatori. La musica generata dall’intelligenza artificiale non è di per sé un problema: può essere uno strumento creativo potente nelle mani di artisti che la integrano in processi compositivi ibridi. Il nodo cruciale risiede nella tracciabilità, nella corretta attribuzione e in un sistema di remunerazione che non premi la quantità artificiale a discapito della qualità umana.
Di seguito la band artificiale dei Velvet Sundown una delle innumerevoli formazioni presenti su Spotify che non esistono nella realtà: sono state generate interamente dall’IA Suno. Testo, musica e arrangiamenti: tutto è prodotto dall’intelligenza artificiale.





