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Il Reddito di Cittadinanza aumenta la natalità nelle donne povere, diminuisce la mortalità e coloro che ne usufruiscono sono percettori attivi, ovvero persone che lavorano (il 20%, quasi 400mila persone). Il 30% dei lavoratori ha salari al di sotto dei 9 euro lordi l’ora, e donne e giovani sono i maggiormente colpiti dai salari bassi.

Sono solo alcuni dei punti fondamentali che scaturiscono dal XXI Rapporto annuale INPS presentato questa mattina a Montecitorio dal Presidente INPS Pasquale Tridico, con la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel rapporto annuale un capitolo è dedicato agli effetti del reddito di Cittadinanza sulla popolazione dei beneficiari, nonché i dati sulle diseguaglianze di reddito e salario minimo. Vediamone una sintesi.

REDDITO DI CITTADINANZA

Nei primi 36 mesi di applicazione della misura (aprile 2019-aprile 2022) ha raggiunto 2,2 milioni di nuclei familiari per 4,8 milioni di persone, per un’erogazione totale di quasi 23 miliardi di euro. L’importo medio mensile risulta per il mese di marzo 2022 pari a 548 euro per nucleo familiare, molto differenziato tra RdC (577 euro) e PdC (248 euro).

Le caratteristiche dei nuclei beneficiari si sono ormai stabilizzate nel tempo, confermando che due terzi dei percettori è costituito da persone che non hanno mai lavorato, minori, over 65 e circa 200.000 disabili, e che solo il 33% dei percettori in età lavorativa ha un riscontro amministrativo di partecipazione al mercato del lavoro negli anni 2018 o 2019. Dall’esame dei dati relativi ai percettori in età lavorativa con undici o dodici mensilità percepite nell’anno 2021, risulta occupato il 20% degli individui (pari a 393mila persone) con il 40% di nuclei familiari coinvolti e non c’è un incentivo ad uscire dal mercato: infatti il numero dei percettori che lavorano rimane stabile o aumenta nel tempo. Emerge anche che i percettori “stabili” di RdC che lavorano sono impiegati in prevalenza, in circa il 60% dei casi, con contratti a termine e a tempo parziale. È quindi grazie anche alla presenza del RdC che una parte cospicua dei working poors (lavoratori poveri) riesce a restare sul mercato e ad ottenere un reddito che permette loro di sopravvivere.

Utilizzando tecniche statistiche controfattuali si misura un effetto positivo (di circa un 1 punto percentuale) sulla probabilità delle donne beneficiarie di RdC di concepire un figlio nel periodo successivo alla notifica di accettazione/reiezione della domanda rispetto alle donne richiedenti che sono state escluse dal beneficio.

È stato anche esaminato l’impatto del RdC sul rischio di morte durante la pandemia, analizzando le domande accolte o respinte prima della pandemia e si mostra che i beneficiari di RdC hanno una minore probabilità di morte rispetto ai non beneficiari nel periodo successivo.

Dal rapporto emerge l’urgente necessità di una maggiore spinta propulsiva delle politiche attive, della intermediazione dei servizi per l’impiego pubblici e della formazione professionale, che potrebbe migliorare l’allocazione sia dei percettori di RdC che di altre misure di sostegno al reddito.

La letteratura economica ha univocamente sottolineato la necessità di una integrazione tra le politiche attive e le politiche passive, al fine di rendere più efficace l’allocazione sul mercato.

UNA PIATTAFORMA NAZIONALE

A questo scopo, bisognerebbe realizzare una piattaforma nazionale, capace di elencare e incrociare in modo automatizzato offerte e domande di lavoro in modo agile e trasparente, per settore e territori, con notifiche agli agenti e con la possibilità di scelte personalizzate. Si potrebbero così anche evidenziare le possibilità di esoneri contributivi che lo Stato mette a disposizione e, sempre attraverso la piattaforma, sarebbero direttamente usufruibili all’atto dell’assunzione del lavoratore.

Nella costruzione di tale canale, l’INPS può avere un ruolo significativo, avendo l’istituto informazioni e rapporti con circa 1,5 milioni di aziende mensilmente, per il versamento dei contributi, e le procedure per i vari esoneri contributivi.

DISEGUAGLIANZA NEI REDDITI

La diseguaglianza nei redditi, oltre che essere aumentata, è pervasiva e attraversa tutte le dimensioni di genere, di età, di cittadinanza, di territorio. Essa origina anche dal moltiplicarsi delle forme contrattuali, oggi pari a ben 1.011: troppe e spesso non rappresentative.

 Da un’analisi statistica che tiene conto delle caratteristiche degli individui e dei datori di lavoro, emerge che, dopo le forme contrattuali, il fattore che maggiormente spiega i differenziali nel rischio di bassa retribuzione è il settore produttivo. Guardando alle retribuzioni annuali, ad esempio, sono “lavorativamente poveri” il 64,5% degli addetti negli alberghi e ristoranti, a fronte di meno del 5% nel settore finanziario. Occorre quindi cercare di introdurre correttivi che portino ad una ricomposizione della prestazione lavorativa, definendo delle griglie di regimi d’orario che aiutino le persone a conseguire un reddito dignitoso.

POVERTA’ E PRECARIETA’ LAVORATIVA

Il problema della diseguaglianza è anche legato alla dispersione degli orari di lavoro. In Italia il fenomeno della povertà lavorativa è più marcato che negli altri Stati europei. Quasi il 12% dei lavoratori italiani è povero. La percentuale di lavoratori sotto la soglia di 9 euro lordi l’ora è vicina al 30%.

A ciò si aggiunge il problema della instabilità lavorativa, eccessiva flessibilità che diventa spesso precarietà o insufficienza di ore lavorate per mese. La percentuale di part-time è al 46% tra le donne, il dato più alto nella UE, contro il 18% tra gli uomini, e una parte prevalente di questo part-time è considerato involontario. Il lavoro a termine è cresciuto negli ultimi due anni  (nel periodo di sostanziale sospensione del DL 87/2018 – “decreto dignità”) ed oggi ha raggiunto il picco storico di oltre 3,2 milioni di lavoratori. Come ha segnalato la recente nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione, redatta da ISTAT in collaborazione con INPS e altre agenzie, cresce il problema dei contratti a termine di durata giornaliera o settimanale.

SALARIO MINIMO

Inoltre, un esercizio di simulazione realizzato dall’INPS ha ricostruito le contribuzioni accumulate dai pensionati nei primi 15 anni di carriera lavorativa dalle generazioni nate tra il 1965 e il 1980, alle quali si applica esclusivamente il sistema contributivo. Una parte di loro non è riuscita a guadagnare retribuzioni superiori a quello che equivarrebbe oggi ad un salario minimo di 9 euro lordi orari.  In pratica si è dimostrato che se i pensionati che vanno in pensione ora,  avessero avuto il corrispondente del salario minimo a 9 euro lordi quando lavoravano, avrebbero oggi una pensione più alta del 10%, e non sarebbero poveri. Invece ora nel nostro paese il 40% dei pensionati è sotto 12mila euro all’anno.

Numeri pazzeschi che devono assolutamente essere stravolti. Per farlo abbiamo l’urgente bisogno di un salario minimo. Adesso.

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