Nei prossimi dieci-quindici anni, circa 1,2 miliardi di giovani raggiungeranno l’età lavorativa nei Paesi in via di sviluppo, ma, secondo le attuali previsioni, le economie di questi Paesi riusciranno a creare soltanto 400 milioni di nuovi posti di lavoro. A lanciare l’allarme è stato Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, durante gli incontri annuali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, svoltisi a Bangkok, in Thailandia. Una questione che, secondo Banga, rappresenta una delle più grandi sfide economiche e sociali dei prossimi decenni; se le condizioni economiche non cambieranno, il mondo potrebbe trovarsi quindi di fronte a un divario di circa 800 milioni di opportunità lavorative.
La crescita della popolazione giovanile, soprattutto in Africa e in alcune regioni dell’Asia, sta infatti procedendo a una velocità superiore rispetto alla capacità delle economie locali di generare occupazione. Milioni di ragazzi e ragazze completeranno gli studi, cercheranno un impiego o tenteranno di avviare un’attività economica, trovandosi però in mercati del lavoro che già oggi faticano ad assorbire la popolazione disponibile. In molti Paesi in via di sviluppo, una parte consistente della popolazione lavora nell’economia informale e senza contratti regolari. Creare occupazione significa quindi anche costruire attività produttive capaci di offrire salari adeguati con condizioni dignitose e prospettive di crescita. A complicare ulteriormente la situazione interviene il deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali. Secondo i dati riportati da Reuters, nel 2025 gli aiuti pubblici allo sviluppo forniti dai Paesi donatori dell’OCSE sono diminuiti del 23% in termini reali, registrando il calo annuale più consistente mai rilevato. Nello stesso anno, il debito estero complessivo dei Paesi in via di sviluppo ha raggiunto 12.300 miliardi di dollari, circa 500 miliardi in più rispetto al 2024. Si tratta di due fenomeni che si alimentano reciprocamente, da una parte diminuiscono le risorse provenienti dalla cooperazione internazionale, dall’altra aumenta il peso del debito e degli interessi da pagare. Per molti governi questo significa disporre di meno denaro per investire in scuole, formazione professionale, infrastrutture, energia e servizi pubblici, proprio mentre milioni di giovani si preparano a entrare nel mercato del lavoro. La Banca Mondiale ritiene che la risposta debba passare attraverso una maggiore collaborazione tra finanziamenti pubblici, investimenti privati e istituzioni internazionali con nuove tecnologie. L’obiettivo è favorire la nascita di imprese, migliorare le infrastrutture e creare le condizioni necessarie affinché le economie locali possano sviluppare nuove attività produttive.
Anche il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) ha annunciato nuove iniziative per attirare investimenti e sostenere l’occupazione nei Paesi emergenti, attraverso collaborazioni con la Banca Mondiale, altre istituzioni finanziarie e investitori privati. Alcuni progetti sono già stati avviati in Nepal, Yemen, Haiti, Libano e Ghana, con interventi destinati a migliorare le condizioni per gli investimenti e collegare maggiormente la formazione alle esigenze delle imprese.
Ma la questione occupazionale si inserisce in una trasformazione ancora più ampia dell’economia mondiale. L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno modificando le competenze richieste dalle imprese, mentre la transizione energetica e la digitalizzazione aprono nuove opportunità industriali. Non è ancora possibile stabilire quale sarà il loro effetto netto sull’occupazione nei Paesi in via di sviluppo, ma una cosa appare evidente, la crescita della popolazione in età lavorativa richiederà investimenti molto consistenti, indipendentemente dall’evoluzione tecnologica. Le conseguenze di un divario occupazionale così ampio potrebbero estendersi ben oltre i confini dei Paesi interessati. La mancanza di opportunità economiche può alimentare povertà, instabilità sociale e migrazioni, soprattutto nelle regioni dove la popolazione cresce rapidamente e le istituzioni dispongono di risorse limitate.
Il presidente della Banca Mondiale ha sottolineato che il divario previsto non rappresenta un destino inevitabile. Le stime descrivono ciò che potrebbe accadere se le economie continuassero a crescere e a creare occupazione ai ritmi attuali. Politiche economiche differenti, maggiori investimenti e una crescita più inclusiva potrebbero modificarne sensibilmente l’esito.





