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Quando l’AI colonizza l’oceano

beppegrillo.it - Maggio 9, 2026
di Thora Rasmussen

La startup Panthalassa vuole costruire data center sulle onde del mare. È la risposta più inquietante a una crisi energetica che sta già ridisegnando i confini del mondo. C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’idea che le macchine dell’intelligenza artificiale debbano abbandonare la terraferma per trovare abbastanza energia da sopravvivere, eppure è esattamente quello che sta accadendo. Panthalassa sta testando data center galleggianti alimentati dall’energia cinetica delle onde marine: strutture autonome, ancorate in acque internazionali, operative 24 ore su 24 senza dipendere da nessuna rete elettrica nazionale, nessun paese, nessun regolatore, solo oceano, server e corrente.

Dietro Panthalassa c’è anche il denaro più ideologico della Silicon Valley, l’ultimo round di finanziamento, da 140 milioni di dollari, è stato guidato da Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, uno degli uomini che più di altri hanno trasformato la tecnologia in potere geopolitico, sorveglianza, infrastruttura e dominio privato. L’operazione valuta Panthalassa vicino a 1 miliardo di dollari e vede in campo una costellazione di investitori pesanti: John Doerr, TIME Ventures di Marc Benioff, SciFi Ventures di Max Levchin, Susquehanna Sustainable Investments, Hanwha Asset Management USA, Fortescue Ventures, Future Positive, Super Micro Computer, Sozo Ventures, Dylan Field, Planetary VC e altri fondi legati all’energia, al venture capital e all’infrastruttura digitale. La corsa ai data center in mare viene raccontata come una frontiera verde, però assomiglia sempre più a un nuovo esperimento di privatizzazione del pianeta. Dopo i dati, il lavoro, l’attenzione e le città, ora anche l’oceano diventa una piattaforma per alimentare l’intelligenza artificiale.

La notizia, riportata dal Financial Times questa settimana, è presentata come un’innovazione, ma dietro l’entusiasmo ingegneristico si nasconde una domanda che pochi sembrano voler porre ad alta voce: quanto è diventata insostenibile la fame energetica dell’AI, se la soluzione è colonizzare i mari? Secondo quanto emerso, Panthalassa punta a sviluppare nodi galleggianti in grado di generare energia dal movimento delle onde, ospitare chip per l’AI in contenitori sigillati e usare il mare come grande sistema di raffreddamento naturale. Strutture alte fino a 85 metri, autonome, connesse via satellite, pensate per funzionare lontano dalle reti elettriche e dai territori abitati. La “promessa” è energia pulita, ma l’immagine reale è molto più cupa… server senza terra, capitale senza confini, infrastrutture critiche spostate dove il controllo pubblico diventa più debole.

Per capire perché qualcuno stia davvero costruendo data center galleggianti, bisogna guardare i numeri: nel 2025 il consumo elettrico dei data center mondiali è cresciuto del 17%, con quelli dedicati all’AI che hanno registrato un’impennata ancora più vertiginosa, ben oltre la crescita complessiva della domanda globale di elettricità, ferma al 3%. I data center dedicati all’AI hanno aumentato i consumi del 50% nel solo 2025, e i principali provider hanno dichiarato di aver triplicato gli utenti attivi e quintuplicato i ricavi nell’ultimo anno. Secondo alcune stime, il consumo energetico globale dei data center potrebbe avvicinarsi a 1.050 TWh entro il 2026. Se i data center fossero uno Stato, sarebbero il quinto consumatore energetico mondiale, dopo Cina, USA, India e Russia, davanti al Giappone. I data center focalizzati sull’AI possono assorbire tanta elettricità quanta ne consumano le fabbriche di alluminio, tra le industrie più energivore al mondo; la differenza è che una fabbrica di alluminio non raddoppia i propri consumi ogni diciotto mesi! Ma l’elettricità non è l’unica risorsa sotto pressione, il consumo diretto d’acqua nei data center hyperscale raggiungerà tra 16 e 33 miliardi di galloni all’anno entro il 2028, decine di miliardi di litri usati per raffreddare macchine che elaborano testi, immagini, codice e previsioni finanziarie. In regioni già colpite dalla siccità, questo è diventato un conflitto aperto con le comunità locali. I data center di Microsoft nel Midwest americano hanno sollevato proteste per il prelievo massiccio dalle falde acquifere. È dunque in questo contesto che nasce il progetto di Panthalassa. Un data center sull’oceano non consuma acqua dolce per il raffreddamento ma usa il mare; non occupa suolo agricolo, non sovraccarica reti elettriche nazionali e non richiede permessi di costruzione in aree popolate. Il settore tecnologico ha già firmato circa il 40% di tutti i contratti aziendali per l’acquisto di energia rinnovabile nel 2025, ed è diventato un motore cruciale per il nucleare modulare e la geotermia avanzata… ma non basta. L’oceano, evidentemente, è il passo successivo.

Il progetto solleva questioni che le brochure delle startup non affrontano e gli analisti si pongono: chi regola un’infrastruttura critica in acque internazionali? Chi risponde in caso di incidente, di dispersione di sostanze inquinanti, di interferenza con ecosistemi marini già sotto stress? Chi controlla una flotta di data center autonomi che produce energia, raffredda server, trasmette dati e lavora per l’AI lontano dagli occhi delle comunità? La formula è sempre la stessa: prima si presenta la tecnologia come inevitabile, poi si chiede alla politica di inseguirla, infine si scopre che le regole arrivano quando l’infrastruttura è già diventata indispensabile.

Il settore dell’energia nel suo complesso non sta ancora sfruttando appieno il potenziale dell’AI, con la mancanza di competenze digitali e disponibilità di dati che emergono come ostacoli chiave. Nel frattempo, però, l’AI stessa continua a crescere a velocità che le infrastrutture umane, terrestri e non, faticano a inseguire. La velocità della rivoluzione AI contrasta sempre più con la velocità dei sistemi fisici, sociali ed economici che la sostengono, è una frase che l’IEA ha messo nero su bianco in un rapporto ufficiale, con la cautela burocratica tipica degli organismi internazionali, che tradotta vuol dire: stiamo costruendo il futuro più in fretta di quanto il presente riesca a reggerne il peso.

I data center sull’oceano sono, probabilmente, il capitolo in cui cominciamo a capire quanto lontano siamo disposti ad andare per tenere accese le macchine che abbiamo deciso siano indispensabili.

Prima abbiamo consegnato i nostri dati, poi il nostro tempo, poi il nostro lavoro, ora guardiamo il mare come una batteria infinita per addestrare e alimentare sistemi che consumano più velocemente di quanto la società riesca a discutere. Panthalassa viene raccontata come una soluzione ma può diventare il simbolo opposto,  l’intelligenza artificiale che, per continuare a crescere, deve spingersi fuori dalla terraferma e trasformare anche l’oceano in una nuova sconfinata zona industriale.

 

 

L’AUTORE

Thora Rasmussen, nasce e si forma ad Uppsala, specializzata in Chimica dei Materiali e chimica endotermica. Esperta in nanostrutture polimeriche per applicazioni biomediche. La sua ricerca si concentra su materiali sostenibili, celle a combustibile, superconduttori e materiali biodegradabili. Ha pubblicato numerosi articoli e partecipa a conferenze internazionali. Apprezzata per il suo approccio interattivo, partecipa a progetti di ricerca e collabora con aziende tecnologiche e ambientali. Promuove l’integrazione tra scienza dei materiali e sviluppo ecocompatibile, formando scienziati sensibili alle sfide ambientali globali.

 

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