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Iran, Medio Oriente, Mondo: Aggressione Usa-Israele e subalternità UE

beppegrillo.it - Marzo 6, 2026
di Fabio Massimo Parenti

Stati Uniti e Israele vanno chiamati alle loro responsabilità se non vogliamo farci trascinare in un conflitto senza ritorno. Usa e Israele non possono sconfiggere l’Iran senza il coinvolgimento dell’Europa, e per questo stanno già cercando l’incidente. Ci hanno testato con l’Ucraina, proveranno a costringerci anche con l’Iran. Ci stiamo giocando il futuro pezzo per pezzo e le classi dirigenti europee e italiane, miopi e stordite, non sono in grado nemmeno di pronunciare una parola di condanna dell’aggressione contro l’Iran e degli attentati terroristici contro i civili. Agenti del Mossad sarebbero stati arrestati in Arabia e in Qatar perché progettavano attentati in quei paesi, l’uso dei curdi a stelle e strisce per penetrare in Iran potrebbe far intervenire la Turchia (abbiamo già le dichiarazioni del ministero della Difesa turco), i missili su Cipro di dubbia provenienza, ecc… Ne sentiremo tante altre di notizie pericolose, finalizzate a un’escalation incontrollabile.

Il nuovo attacco all’Iran sta innescando una sempre più ampia destabilizzazione regionale e globale. Un pericolo imponderabile per la regione, per l’Asia e per il mondo. E’ una aggressione contro la resistenza palestinese, ma anche contro Russia e Cina, i principali partner alleati di Teheran. Già sono emerse pubblicamente sui social cinesi confronti in ambito militare che iniziano a mettere in discussione la fede cieca nella pace e nella diplomazia – caratteristiche cinesi per eccellenza che, tuttavia, sembrano tenere sempre meno a fronte della spavalderia criminale Usa-Israele.

Quella all’Iran è un’aggressione che colpisce le rotte commerciali, energetiche e le collaborazioni militari nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization. Ma umanamente, ancor più grave, è un’ennesima aggressione contro civili inermi. Ricordiamo inoltre che l’Iran non è una minaccia nucleare, e lo hanno fatto trapelare, tra gli altri, perfino Witkoff e Rubio, l’autoproclamato rappresentante dell’orgoglio neocoloniale occidentale. Oramai decostruire le falsità dell’occidente è una perdita di tempo rispetto alla presa di coscienza di doverci sradicare da questi paesi che agiscono fuori da ogni principio di diritto internazionale, e mostrano totale indifferenza al diritto alla vita e alla dignità umana.

Insomma, quali sono davvero le colpe dell’Iran? La prima è regionale: da decenni sostiene apertamente la causa palestinese e le reti di resistenza nell’area. Questo lo rende incompatibile con un Medio Oriente normalizzato sotto l’egemonia/il controllo di Israele e degli Stati Uniti. La seconda è macro-sistemica: l’Iran è uno snodo fondamentale nei rapporti con Russia e Cina. Energia – terzo paese al mondo per riserve petrolifere – corridoi strategici, cooperazione militare, architetture alternative, ed è anche parte del fronte che impedisce l’espansione del sistema US-NATO ad Est, spinta da Tel Aviv. Vi ricorda qualcosa il problema della nostra espansione militare ad est?

Insomma, l’Iran è un nodo eurasiatico che collega troppi mondi, e per questo va contenuto, isolato e se possibile spezzato. In ultima istanza, qui c’entra una cosa sola: impedire che si consolidi un equilibrio internazionale policentrico fuori dal controllo della triade Washington-Tel Aviv-Londra.

E l’Europa? Subirà ulteriori contraccolpi economici, come minimo, per l’effetto sui prezzi indotto dalla chiusura di Hormuz e probabilmente anche di Bab el Mandeb, dopo aver ridotto drasticamente le forniture di gas e petrolio dalla Russia negli ultimi anni. Ma come sta reagendo l’Europa? Nessuno la ascolta, anche perché non ha alcunché di utile e ragionevole da dire o proporre: è talmente subordinata e priva di autonomia strategica – una sorta di invertebrato politico – che è stata capace di affermare, per bocca dei suoi alti rappresentanti, che “gli attacchi dell’Iran contro le basi americane nella regione sono ingiustificati”. Se questa non è abdicazione alla ragione, può essere solo ed esclusivamente una scelta deliberata di schieramento. Peraltro, le basi militari, le alleanze e le dinamiche del sistema US-NATO rendono l’UE potenzialmente coinvolta in ogni escalation. Eppure il dibattito pubblico europeo rimane spesso prigioniero di una narrazione semplicistica che oscilla tra propaganda morale e rimozione dei fatti storici. Si parla di sicurezza mentre si moltiplicano guerre. Si parla di diritti mentre si tollerano massacri. Si parla di democrazia mentre si sostengono regimi monarchici e interventi militari.

Il nuovo parossistico attacco Israelo-statunitense è avvenuto a negoziati ancora in corso, uccidendo ben 165 bambine a Minab, oltre i vertici della guida del paese. Colpire in quel momento significa violare non solo il diritto internazionale, ma anche le norme minime della diplomazia. L’Europa paladina dei diritti tace. Ma oltre alla controfigura denominata “UE”, mai dimenticare con chi si ha a che fare: stiamo parlando dei paesi protagonisti-carnefici del genocidio a Gaza, ancora in corso, e della rete depravata-ricattatoria degli Epstein, nonché del sostegno al terrorismo jihadista fin dagli anni Ottanta. Negli ultimi decenni un altro pilastro della legittimazione delle guerre occidentali è stata infatti la cosiddetta finzione della “lotta al terrorismo”. Anche qui la distanza tra narrazione e realtà è evidente (ne ho scritto ampiamente nel mio Geofinanza e geopolitica del 2016).

Gli stessi paesi che si presentano come protagonisti della guerra al terrorismo hanno sostenuto, armato e finanziato in diversi contesti bande armate jihadiste utilizzate come strumenti geopolitici. Il caso siriano è emblematico. Dopo anni di destabilizzazione e guerra per procura, uno dei leader provenienti dall’universo jihadista legato a Jabhat al-Nusra – branca siriana di al-Qaeda – è arrivato ai vertici del nuovo potere politico nel paese. È un paradosso solo apparente: le stesse reti jihadiste sono state usate per decenni come leve di pressione contro governi e Stati considerati ostili.

Dietro la retorica dei diritti, per la verità meno sbandierata del solito, o della sicurezza, Washington e Tel Aviv, insieme ai loro vassalli, ripropongono uno schema ben noto nella storia recente: l’uso della violenza e della guerra come strumenti di dominio, in una fase storica di perdita di presa sulle trasformazioni economico-politiche già realizzatesi – la nuova geografia economica caratterizzata da molteplici centri di influenza spesso trainati dall’ascesa pacifica cinese.

Ottant’anni alla ricerca dell’Iran

Per comprendere l’attuale crisi con l’Iran bisogna risalire agli anni cinquanta del secolo scorso. Nella storia contemporanea, l’Iran è sempre stato oggetto di interesse strategico, un bersaglio predefinito. Nel 1951, il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq aveva avviato un processo di nazionalizzazione del petrolio e di riforme che rafforzavano la sovranità nazionale e un sistema politico relativamente pluralista. Nel 1953 quel processo fu spezzato bruscamente dal colpo di Stato organizzato da CIA e intelligence britannica, con il sostegno di altri servizi occidentali. L’operazione – nota come Operation Ajax – rovesciò Mossadeq e ristabilì il potere assoluto dello Scià. Da quel momento l’Iran divenne uno dei pilastri dell’ordine regionale costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

Il regime dello Scià fu presentato come un alleato “modernizzatore”, ma nella realtà si trattò di uno dei sistemi più repressivi del Medio Oriente: il potere era sostenuto dalla polizia politica Savak, addestrata e sostenuta dagli stessi servizi occidentali. E’ anche da questa lunga stagione di repressione e dipendenza che presero forma le condizioni che portarono alla rivoluzione del 1979.

Perso il controllo di un paese fondamentale nei transiti tra Estremo oriente ed Europa, tra Asia settentrionale e meridionale, nonché terzo al mondo per riserve petrolifere (il primo è il Venezuela), l’Iran ridiventa uno degli obiettivi centrali della pianificazione strategica statunitense in Medio Oriente. All’interno del Pentagono e della comunità di sicurezza statunitense matura fin da subito l’obiettivo di contenere, indebolire e possibilmente trasformare il nuovo sistema politico emerso con la Repubblica Islamica.

Una prima manifestazione concreta di questa strategia si colloca nella guerra Iran-Iraq (1980-1988). E’ lì che Saddam Hussein diventa amico da sostenere, con trasferimento di armamenti e di armi chimiche occidentali, per poi mutare nuovamente, alla bisogna, in “grande minaccia dell’umanità”. E’ stato così coi Talebani ed è così con le diramazioni di Al Qaeda. Amici-nemici dell’occidente a seconda della possibilità di usare e strumentalizzare questi gruppi in una determinata direzione. Non è un caso che durante il conflitto Iraq-Iran, numerose ricostruzioni storiche e documenti diplomatici hanno evidenziato il sostegno politico, finanziario e militare fornito a Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti, di diversi paesi europei – tra cui in particolare il Regno Unito – e di altri alleati regionali come Israele. Il conflitto, durato otto anni e costato oltre un milione di vittime, rappresentò uno dei momenti più evidenti di questa strategia di contenimento.

Con la fine della guerra fredda, l’obiettivo di limitare o trasformare il sistema politico iraniano non è mai venuto meno nella pianificazione strategica statunitense. Al contrario, diversi documenti e analisi di sicurezza elaborati negli anni Novanta e Duemila hanno continuato a indicare l’Iran come uno dei principali ostacoli alla configurazione dell’ordine regionale auspicato da Washington e dai suoi alleati (Rand 2009). In parallelo, testimonianze provenienti da ambienti militari statunitensi hanno confermato come il cambiamento di regime in diversi paesi del Medio Oriente fosse discusso all’interno della pianificazione strategica americana già all’inizio degli anni Duemila (Clark 2007). Nel corso dei decenni, le modalità operative della destabilizzazione sono cambiate nella composizione (economiche-politiche-militari), ma la finalità strategica è rimasta sostanzialmente invariata: ridurre il ruolo geopolitico dell’Iran e favorire, nel lungo periodo, una trasformazione del suo sistema politico a vantaggio degli interessi energetici e strategici degli Usa e di Israele in primis.

L’attacco diretto rappresenta dunque l’ultimo stadio di una lunga traiettoria di pressione strategica che attraversa ottanta anni, più amministrazioni statunitensi e diversi contesti geopolitici, confermando la continuità di una linea di fondo nella politica Washington verso l’Iran.

Per concludere, da una parte c’è una logica di dominio costruita sull’uso della forza militare e sulla supremazia geopolitico-economica; dall’altra emergono tentativi di costruire un equilibrio più policentrico, sostenuto anche dall’ascesa di attori come la Cina e dal rafforzamento di nuovi allineamenti internazionali. È in questo scontro di visioni che si inserisce l’attuale crisi.

Se non sappiamo più distinguere tra aggressione e difesa, tra propaganda e realtà, tra diplomazia e sabotaggio della diplomazia, allora il rischio è evidente. L’inferno della guerra non arriva all’improvviso. Arriva quando viene giustificato e normalizzato. Perché l’inferno non è soltanto qualcosa che potrebbe arrivare, ma qualcosa che stiamo già accettando.

 

L’AUTORE

Fabio Massimo Parenti – Professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia, attualmente visiting scholar al Centro di ricerca “Bulding a Community of a Shared Future for Mankind”, CFAU, Beijing. Ha insegnato anche in Italia, Messico, Stati Uniti e Marocco ed è membro di vari think tank italiani e stranieri. Il suo ultimo libro è “La via cinese, sfida per un futuro condiviso” (Meltemi 2021). In uscita a maggio “La Cina non si Usa” (Dedalo 2026). Social: Instagram – X (Twitter)

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