Quello che è accaduto a Niscemi è uno dei tanti segnali di un cambiamento irreversibile in corso. Una frana innescata da piogge eccezionali ha portato a evacuazioni, quartieri resi inagibili, persone costrette a lasciare le proprie case, a perdere tutto. Episodi simili si ripetono ormai sempre più spesso, a causa di un clima che si ribella.
Secondo l’IPCC, il Mediterraneo corre più veloce di molte altre aree del pianeta nel riscaldamento globale. Le piogge estreme aumentano, gli eventi intensi si concentrano, il rischio di alluvioni rapide e frane cresce in gran parte d’Europa. Il rapporto Copernicus–WMO indica il 2024 come l’anno più caldo mai registrato nel continente. Tempeste e alluvioni hanno colpito oltre 413.000 persone e causato almeno 335 vittime. Il Mediterraneo ha toccato temperature superficiali del mare record, caricando l’atmosfera di energia che si traduce in sistemi temporaleschi sempre più violenti. L’Europa risulta oggi il continente che si riscalda più rapidamente al mondo.
È in questo allarmante scenario che un film del 1994, Crash 2030, (prendetevi del tempo e guardatelo!) appare come una profezia ignorata. Nel 1994, il regista Joachim Faulstich immaginava un processo nel 2030 contro governi e grandi industrie, accusati di aver ignorato per decenni dati scientifici già disponibili sul cambiamento climatico. Nel film vengono mostrati scenari che allora sembravano estremi e oggi suonano inquietantemente familiari: alluvioni ricorrenti e frane, fiumi in secca alternati a piene distruttive, incendi boschivi sistematici, turismo collassato in vaste aree d’Europa, migrazioni climatiche, territori alpini e costieri resi inabitabili.
La parte più “profetica” è che Faulstich si basò su studi reali del Max Planck Institute e sulle prime valutazioni dell’IPCC, quando il consenso scientifico sul riscaldamento globale stava emergendo. Il film sostiene che già tra il 1985 e il 1995 i decisori politici avevano informazioni sufficienti per intervenire. Riletto oggi, alla luce di eventi come quello di Niscemi, delle frane, delle alluvioni in Emilia-Romagna, delle Ahr Valley in Germania, delle ondate di calore e degli incendi, il film appare meno come fantapolitica e più come una sorta di atto d’accusa anticipato.
Oggi i rapporti IPCC descrivono un aumento costante di ondate di calore, piogge estreme, siccità e incendi. Gli effetti si vedono su infrastrutture, salute, produzione agricola, sicurezza alimentare e tenuta dei territori. La conoscenza scientifica corre, le decisioni politiche molto meno. Le emissioni restano elevate, gli interventi di adattamento procedono a rilento, la prevenzione del dissesto viene finanziata a pezzi, la manutenzione dei versanti resta intermittente, la rinaturalizzazione dei fiumi resta sulla carta, la pianificazione territoriale continua spesso a inseguire l’emergenza invece di anticiparla. Si costruisce ancora dove il rischio è noto, mentre la messa in sicurezza avanza con tempi che non tengono il passo con l’accelerazione del clima.
Crash 2030 metteva in scena quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. Le informazioni c’erano allora e ci sono oggi, così come le soluzioni tecnologiche, oggi ancor di più. Il problema sta nelle scelte, nei tempi e nelle priorità; sta in un sistema politico che si muove quasi sempre dopo le tragedie, quando il danno è già fatto e quando le case sono già crollate.
È su questo che si misura la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che decidiamo di fare, ed è una distanza che oggi produce soltanto frane, alluvioni e persone senza una casa dove poter vivere.





