di Marco Bella
Non dico “dove mettiamo queste benedette nuove centrali”. Quello è un problema enorme, perché se in tutti questi anni non siamo nemmeno riusciti a trovare il sito per il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi a media e bassa attività, pensate dove mettiamo le ipotetiche decine di reattori italiani. La questione è diversa.
Ed è: che ci facciamo dell’energia prodotta dall’eventuale nucleare italiano? Se pensate che la risposta possa essere “sostituiamo il fossile”, mi spiace ma non è così.
Guardiamo questo grafico, preso dall’app di Terna, che permette di monitorare la produzione elettrica italiana in tempo reale.
Come vediamo, per buona parte della giornata le rinnovabili, come autoconsumo (gli impianti fotovoltaici sui tetti), campi fotovoltaici, impianti eolici e un po’ di geotermia ci permettono di soddisfare il nostro fabbisogno con picchi del 90% (area verde, grigia e gialla). Ma non è tutto: le rinnovabili producono talmente tanto che possiamo ridurre l’uso dell’idroelettrico a circa 2 GW di potenza per riportarla a circa 7 GW nelle ore serali e della notte, e addirittura di pompare indietro l’acqua dei bacini idrici usandoli come una grande batteria di accumulo. In queste ore non solo si azzera l’import dall’estero, ma diveniamo addirittura noi, per una quota molto piccola, esportatori.
In queste ore il fossile produce 4.3 GW, circa il 10% del totale. Perché non sarebbe conveniente e nemmeno fattibile sostituire questa produzione con quella dall’eventuale nucleare italiano?
Perché il nucleare ha una produzione continua, cioè sempre la stessa, notte e giorno. I costi del nucleare sono concentrati per l’85% nella fase di costruzione (spese in conto capitale, CAPEX). Quando si ripaga il nucleare? Nella fase di costruzione, perché solo i costi operativi (OPEX) sono effettivamente convenienti.
Ma attenzione: se quella produzione per buona parte dell’anno e del giorno non serve, i costi degli interessi salgono alle stelle. Infatti, chiunque abbia contratto un muto è ben consapevole che gli interessi su un ammortamento a quaranta anni sono molto più alti di un ammortamento a venti anni. Qualsiasi ipotesi di nucleare (8 e 16 GW al 2050, secondo il governo) o addirittura 20 o 27 GW di SMR secondo i sogni più sfrenati dei nuclearisti, semplicemente non sta in piedi dal punto di vista economico perché sarebbe superflua per buona parte dell’anno.
È un po’ come se un’azienda di logistica acquistasse un nuovo van supercostoso e supercapiente per usarlo però solo metà o terzo del tempo: qualsiasi imprenditore direbbe che è una follia economica, perché in questo modo il nuovo mezzo non si ripaga mai. Per carità: c’è anche chi acquista un nuovo modello di fuoristrada e poi lo usa solo per la spesa al discount in città. La motivazione non è affatto economica, ma di ostentare uno “status sociale”.
In Italia però non ci possiamo permettere di soddisfare l’ego di qualcuno e la propaganda politica tramite i soldi pubblici.
Il fatto che non serva il nuovo nucleare in Europa è discusso in questo articolo scientifico dall’eloquente titolo “il nuovo baseload non è necessario per le reti energetiche del futuro” di cui abbiamo già parlato qui.
Il problema principale del nucleare in Italia sono i tempi: prima che inizi a produrre una qualche energia: ricordiamo che per i suoi nuovi reattori il piano francese prevede 15 anni (iniziato nel 2023, pensano di avviare il primo nuovo reattore nel 2038).
Ma attenzione: la Francia ha un’industria nucleare avviata e soprattutto già i siti pronti. Ammesso arrivi da noi la decisione politica (che ancora non c’è e comunque non ci sarà a breve), è molto difficile che l’Italia possa metterci meno di venti anni. Tra venti anni (ma già tra cinque-sei) il mondo dell’energia sarà completamente diverso da oggi, e realisticamente, con la crescita dei sistemi di accumulo, il nucleare non avrà più alcuna giustificazione economica.
Il nucleare, forse, potrebbe avere una certa utilità se potesse essere disponibile subito con un colpo di bacchetta magica, ma visto che non è affatto così, chi continua a propagandarlo come ipotetica soluzione commette la cosiddetta “fallacia di Harry Potter”.
La soluzione per l’Italia è quindi quella di diversificare il più possibile le rinnovabili, perché ad esempio l’eolico ha dei picchi di produzione proprio di notte e quando c’è brutto tempo e il fotovoltaico produce di meno, di investire dei sistemi di accumulo come le batterie su scala di rete, che possono entrare in funzione quando servono e contribuire a stabilizzare la rete e soprattutto evitare sciocchezze come la guerra alle rinnovabili come al presunto “colonialismo energetico” della Sardegna, che ha reso il 99% del suo territorio non idoneo per legge alle rinnovabili, è una delle regioni più indietro negli obiettivi di installazione delle rinnovabili (-460 MW secondo il Sole24Ore) e ancora una delle poche che usa quantità significative di carbone per produrre la sua elettricità.
Se volete approfondire, vi invito Mercoledì 13 al Festival di EcoFuturo a Roma, dove in particolare dalle 16 parleremo proprio di nucleare e rinnovabili.
Vi aspettiamo!
L’AUTORE
Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.







