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Anche i più ricchi muoiono prima in una società ingiusta

beppegrillo.it - Luglio 27, 2025

Anche i più ricchi muoiono prima, se vivono in un paese profondamente diseguale. È il risultato di uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che ha seguito uomini e donne tra i 50 e gli 85 anni per oltre 12 anni: una platea di residenti negli Stati Uniti e in 16 paesi europei, fra Europa settentrionale e occidentale, Europa meridionale ed Europa orientale, confrontando la loro vita in base alla ricchezza. È emerso che sì, ovunque essere più ricchi fa vivere di più ma negli Stati Uniti questo vantaggio si riduce drasticamente; nemmeno chi è nel 25% più benestante riesce a raggiungere l’aspettativa di vita dei cittadini più poveri dei paesi europei più equi.

Lo studio ha mostrato che le persone appartenenti al quartile più ricco avevano il 40% in meno di probabilità di morire rispetto a quelle più povere. Se si confrontano i quartili più ricchi tra loro, la mortalità negli Stati Uniti risulta molto più alta. In Europa settentrionale e occidentale i tassi di mortalità dei ricchi sono inferiori del 35% rispetto a quelli dello stesso gruppo negli USA. In Europa meridionale la differenza varia dal 24% al 33%. In Europa orientale va dall’1% al 7%. I soggetti più poveri degli Stati Uniti restano quelli con le peggiori prospettive di sopravvivenza, anche rispetto ai poveri europei. La ricchezza individuale, in altre parole, protegge meno in contesti dove la diseguaglianza sistemica è più marcata.

Negli Stati Uniti, nel 2023, la spesa sanitaria pro capite ha toccato i 13.432 dollari, è la più alta del mondo: quasi il doppio rispetto alla media dei paesi comparabili e oltre 3.500 dollari in più della Svizzera, il secondo paese per spesa. Eppure questa spesa non garantisce una salute migliore. Tra il 1980 e oggi, mentre i costi sono cresciuti in modo vertiginoso, la longevità ha registrato solo un aumento modesto. La speranza di vita americana nel 2023 è risalita a 78,4 anni  ma resta nettamente inferiore alla media OCSE, che si attesta a 82,5 anni. Il divario resta di 4 anni pieni e sembra ormai strutturale. Anche il confronto con i singoli paesi conferma questo squilibrio. Tra Stati Uniti e Regno Unito, l’aspettativa di vita è di 78 anni contro 81. Nel 2022, durante la pandemia, il divario ha raggiunto i 4,7 anni. E persino nel 2024 gli uomini americani vivono in media 3,4 anni in meno dei coetanei britannici. Le donne 1,9 anni in meno. I dati mostrano che le cause principali di questa distanza sono tutte prevenibili: malattie cardiovascolari, overdose, armi da fuoco, incidenti. Con l’avanzare dell’età, il divario cresce ancora, a 65 anni, le donne dei paesi OCSE vivono il 7,2% più a lungo delle americane, gli uomini il 6% in più. Nemmeno nell’età in cui il sistema sanitario dovrebbe contare di più, il modello americano riesce a proteggere i suoi cittadini. Anche il divario tra uomini e donne è più accentuato: negli USA, tra il 2019 e il 2021 è passato da 5,1 a 5,8 anni, mentre nei paesi comparabili è cresciuto solo da 4,3 a 4,6. Nel 2023, pur con un leggero recupero, il gap americano è ancora a 5,3 anni, contro i 4,3 degli altri paesi avanzati. È il risultato complesso di decenni di politiche pubbliche sbilanciate, di mancanza di accesso alle cure, di ambienti tossici, di mancanza di protezione sociale, di solitudine, di disgregazione comunitaria. In una società che protegge solo chi può permetterselo, anche i più forti invecchiano peggio. Dallo studio emerge che i paesi europei sono riusciti a ridurre le disuguaglianze nella salute senza aumentare in modo significativo la spesa sanitaria, distribuendo in modo più equo le risorse che davvero contano e che promuovono la salute, creando contesti in cui la longevità dipende meno dalla ricchezza individuale.

Lo studio del New England Journal of Medicine ci ricorda che quando una società è troppo diseguale, anche chi sta in cima finisce per esserne colpito perchè quando la salute, la sicurezza e la possibilità di invecchiare bene non dipendono solo dal reddito individuale ma certamente dall’ambiente e dalla qualità in cui si vive.

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