In un recente editoriale, The Economist ha descritto quello che potrebbe attendere nei prossimi anni le economie avanzate: un uragano si sta avvicinando ai sistemi fiscali dei paesi più ricchi. Un uragano alimentato da problemi che stanno arrivando tutti insieme: debito pubblico crescente, popolazioni che invecchiano, crescita economica debole, maggiore spesa sociale e tassi di interesse che rendono sempre più costoso finanziare lo Stato. A tutto questo si aggiunge ora una trasformazione ancora più difficile da prevedere nelle sue conseguenze: l’intelligenza artificiale potrebbe modificare profondamente il modo in cui viene prodotta e distribuita la ricchezza e, con esso, la base sulla quale gli Stati raccolgono le tasse.
Nei paesi dell’OCSE, le imposte sul reddito e i contributi legati all’occupazione rappresentano circa la metà del gettito complessivo. Per decenni il meccanismo è stato relativamente semplice: milioni di persone lavorano, percepiscono un salario, pagano imposte e contributi e attraverso queste entrate vengono finanziati pensioni, sanità, scuola, assistenza e servizi pubblici.
Se una parte crescente delle attività oggi svolte dalle persone venisse automatizzata, oppure se l’intelligenza artificiale aumentasse enormemente la produttività delle imprese riducendo il numero di lavoratori necessari, una quota maggiore del reddito prodotto dall’economia potrebbe spostarsi dai salari ai profitti. Gli Stati si troverebbero così a incassare meno dalle tasse sul lavoro proprio mentre potrebbero aumentare le spese necessarie per sostenere chi perde l’occupazione, cambia professione o attraversa periodi più lunghi di transizione.
Per l’Italia il risultato è particolarmente significativo, secondo i calcoli, il deficit pubblico potrebbe raddoppiare in rapporto al PIL. Anche Francia e Germania subirebbero un forte deterioramento dei propri conti pubblici. I sistemi fiscali su cui potrebbe abbattersi questa trasformazione sono già estremamente complessi. Nel corso dei decenni si sono accumulate aliquote differenti, deduzioni, detrazioni, esenzioni e regimi speciali che rendono la tassazione difficile da comprendere e costosa da amministrare. Nei paesi OCSE, secondo i dati citati dalla rivista, le imposte sui consumi raccolgono mediamente soltanto il 58% di quanto potrebbero generare in un sistema privo di esenzioni ed evasione. Alcune regole producono inoltre distorsioni che modificano direttamente i comportamenti delle persone. In Gran Bretagna, per esempio, il passaggio da un reddito netto di 99.999 sterline a 100.000 può comportare la perdita automatica di migliaia di sterline di assistenza gratuita per l’infanzia. In situazioni del genere, aumentare il proprio reddito può diventare economicamente sconveniente e spingere alcuni lavoratori a ridurre le ore lavorate o a destinare maggiori somme alla previdenza.
L’intelligenza artificiale potrebbe rendere molto più sofisticata anche l’elusione fiscale. Il codice tributario britannico conta circa 23.000 pagine e già oggi società di consulenza, commercialisti e avvocati cercano continuamente soluzioni per ottimizzare il carico fiscale di imprese e grandi patrimoni. Migliaia di agenti AI potrebbero analizzare simultaneamente ogni norma, eccezione e combinazione possibile, individuando rapidamente strategie che richiederebbero agli esseri umani settimane o mesi di lavoro. Potrebbe così aprirsi una competizione tra intelligenze artificiali utilizzate dai contribuenti per ridurre le imposte e sistemi analoghi impiegati dalle amministrazioni pubbliche per controllarle e riscuoterle.
La crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe inoltre concentrare enormi ricchezze nelle mani dei proprietari delle piattaforme, dei modelli e delle infrastrutture tecnologiche, riportando al centro del dibattito le imposte sui grandi patrimoni. In California, per esempio, è stata proposta una tassa una tantum del 5% sui residenti con patrimoni superiori al miliardo di dollari.
Le imposte sulla ricchezza netta presentano però notevoli difficoltà di applicazione. Nel 1990 erano presenti in dodici paesi ricchi; oggi ne sono rimaste soltanto quattro. Valutare patrimoni complessi, impedire lo spostamento dei capitali e contrastare il trasferimento della residenza fiscale verso altri paesi rende questo tipo di prelievo particolarmente difficile da amministrare.
Se il lavoro rappresenterà una quota progressivamente minore della ricchezza prodotta, anche il sistema fiscale dovrà quindi modificarsi. Una possibile direzione consiste nel ridurre gradualmente la pressione sull’occupazione e trasferire una parte del prelievo verso altre forme di reddito, plusvalenze e consumi. Le plusvalenze potrebbero assumere un ruolo maggiore, distinguendo meglio i rendimenti ordinari dai guadagni eccezionali generati da forti rivalutazioni degli asset, innovazioni tecnologiche o posizioni dominanti. Parallelamente, una base più ampia per le imposte sui consumi e un numero minore di esenzioni permetterebbero di intercettare una parte maggiore della ricchezza nel momento in cui viene spesa, compresa quella accumulata dalle fasce più ricche della popolazione.
Anche la semplificazione dei codici fiscali diventa sempre più urgente: migliaia di pagine di norme, eccezioni e regimi speciali sono difficili da amministrare in un’economia globale nella quale capitali, imprese e attività economiche possono spostarsi rapidamente da una giurisdizione all’altra e nella quale l’intelligenza artificiale può analizzare quelle stesse regole a una velocità impensabile fino a pochi anni fa.
L’uragano fiscale descritto da The Economist potrebbe essere ancora lontano oppure arrivare più rapidamente del previsto. A questo punto dobbiamo chiederci con urgenza come si tassa un’economia nella quale il lavoro umano pesa sempre meno nella produzione della ricchezza.





