di Igor G. Cantalini
Arriva un’alluvione e devi lasciare casa in fretta. I documenti si perdono, gli uffici pubblici vengono devastati e gli archivi danneggiati. Durante lo sfollamento nasce tua figlia, chi registra la sua nascita? E tra vent’anni, come farà a dimostrare di essere cittadina del suo Paese?
La cittadinanza resta anche se i documenti vanno perduti. Il problema nasce quando diventa impossibile dimostrare la propria identità, le nascite restano senza registrazione e le leggi lasciano alcune persone senza tutela. A quel punto una catastrofe climatica può trasformare una pratica amministrativa in una questione di diritti fondamentali.
La dimensione del fenomeno è già enorme. Nel solo 2024, alluvioni, tempeste, incendi, siccità e altri disastri hanno provocato nel mondo 45,8 milioni di spostamenti interni, il dato più alto mai registrato. Alla fine dell’anno, 9,8 milioni di persone vivevano ancora lontano dalla propria casa a causa di questi eventi, e questo potrebbe essere soltanto l’inizio. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a trasferirsi all’interno del proprio Paese per gli effetti progressivi della crisi climatica, dalla scarsità d’acqua alla perdita dei raccolti, fino all’innalzamento del mare.
Il politologo Parag Khanna descrive questo secolo come l’inizio di una nuova era di grandi migrazioni. Il clima spingerà milioni di persone fuori dalle zone diventate sempre più difficili da abitare, mentre i Paesi più ricchi e anziani avranno bisogno di nuovi abitanti e lavoratori. La vera domanda riguarda la nostra capacità di organizzare questi spostamenti, riconoscere i diritti delle persone e preparare le città che dovranno accoglierle.
È questo il tema dello studio “Raccomandazioni globali sulla cittadinanza e l’apolidia nel contesto del cambiamento climatico” pubblicato dall’UNHCR insieme al Peter McMullin Centre on Statelessness dell’Università di Melbourne. Una persona apolide è qualcuno che, secondo le leggi vigenti, nessuno Stato riconosce come proprio cittadino. E senza cittadinanza diventa molto più difficile accedere alla sanità, alla scuola, al lavoro o semplicemente spostarsi liberamente. Non si sa con esattezza quante persone abbiano perso i propri documenti direttamente a causa di alluvioni, incendi o cicloni. Si sa però che nel mondo circa 800 milioni di esseri umani vivono già senza un’identificazione ufficiale e che oltre 200 milioni di bambini sotto i cinque anni non possiedono un certificato di nascita. Una catastrofe colpisce quindi popolazioni nelle quali l’identità legale è spesso già fragile, incompleta o affidata a un unico foglio di carta.
Facciamo un esempio: prendiamo una comunità costretta a trasferirsi oltre confine dopo una serie di inondazioni. I bambini nascono lontano dagli uffici del Paese d’origine; le famiglie hanno perso i documenti che provavano i legami di parentela. In alcuni ordinamenti, inoltre, una madre ha meno possibilità di trasmettere la cittadinanza ai figli rispetto a un padre. La crisi climatica fa emergere e aggrava tutte queste fragilità già presenti nei sistemi anagrafici e nelle leggi. E se l’innalzamento del mare rendesse un’isola inabitabile? Che ne sarebbe dello Stato e della cittadinanza dei suoi abitanti? Nel diritto internazionale si sta facendo strada il principio della continuità dello Stato anche quando il mare cancella il suo territorio. Per chi sarà costretto a vivere altrove, significa poter conservare il legame giuridico e politico con il proprio Paese.
Le misure proposte nello studio sono concrete, registrare tutte le nascite anche durante gli sfollamenti; mettere al sicuro gli archivi e renderli accessibili; individuare e proteggere le persone già apolidi; correggere le leggi che rischiano di lasciare qualcuno senza cittadinanza; inserire precise garanzie negli accordi per il trasferimento in un altro Paese. Per ora sono raccomandazioni rivolte ai governi. Tocca ai singoli Stati tradurle in leggi e procedure efficaci.
La crisi climatica la pensiamo spesso quando vediamo immagini con una casa sommersa, uno smottamento o un uragano ma i suoi effetti entrano anche negli uffici pubblici e nella vita quotidiana, ad esempio con un certificato scomparso o una nascita rimasta senza registrazione. Proteggere quindi le persone significa garantire che, anche se saranno costrette a cambiare il luogo in cui vivono, conservino il diritto di appartenere al proprio Paese di origine.
L’AUTORE
Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su vari temi.





