Sceneggiatori, registi e produttori di Hollywood stanno accettando lavori temporanei per insegnare all’intelligenza artificiale a svolgere le loro professioni. Il fenomeno è stato ricostruito da un’interessante inchiesta del The Guardian.
Professionisti con anni di esperienza vengono reclutati da agenzie specializzate che lavorano per alcune delle maggiori società di intelligenza artificiale. Analizzano sceneggiature generate dalle macchine, correggono errori, spiegano come si costruisce un personaggio, valutano una proposta cinematografica e mostrano come si organizza un piano di lavorazione. Le retribuzioni variano da 12 a 200 dollari l’ora. Per alcuni è un’opportunità di guadagno; per altri, il paradosso di essere pagati per contribuire alla costruzione del proprio possibile sostituto. Alle aziende che li hanno reclutati servono competenze specialistiche, persone capaci di distinguere una buona sceneggiatura da una mediocre, riconoscere un dialogo credibile, individuare un errore narrativo o spiegare come trasformare un’idea in una produzione. L’IA generativa, infatti, non apprende soltanto leggendo libri, articoli o pagine disponibili online. Per migliorare ha bisogno di giudizi umani, produce una risposta, un esperto la valuta, segnala i problemi e propone una soluzione migliore; attraverso migliaia di confronti, il modello impara quali risultati vengono considerati corretti, professionali o creativi.
Molti creativi accettano questi incarichi perché il settore attraversa una lunga crisi occupazionale. Tra il 2021 e il 2025 le giornate di ripresa a Los Angeles sono diminuite del 48%, mentre negli Stati Uniti i posti di lavoro nel cinema e nella registrazione sonora si sono ridotti del 28%. Nell’attesa di una nuova produzione, un contratto da remoto per addestrare un modello può garantire un reddito immediato. La scelta avviene dunque in una situazione di forte squilibrio, l’azienda dispone di capitali, infrastrutture e dati; il lavoratore dispone della propria esperienza e ha bisogno di essere pagato oggi.
Ma il mercato si sta estendendo ben oltre il cinema, le piattaforme cercano anche avvocati, medici, programmatori, consulenti finanziari, insegnanti, psicologi e assistenti sociali. Ad agosto, per esempio, Handshake AI ha pubblicato un’offerta rivolta a professionisti disposti a fornire documenti prodotti durante il lavoro: 6 dollari per ogni pagina accettata, fino a un massimo di 30.000 dollari. I candidati devono dichiarare di possedere i diritti sui materiali e di essere autorizzati a condividerli, ma la proprietà di relazioni, analisi e documenti preparati per aziende o clienti può essere difficile da stabilire. Per le imprese, l’operazione è vantaggiosa, pagano una prestazione una volta e utilizzano il risultato per migliorare un sistema replicabile su vasta scala. Il professionista riceve un compenso per alcune ore o per un certo numero di documenti; il modello conserva ciò che ha appreso e può essere offerto a milioni di utenti. Non esistono generalmente royalties legate agli utilizzi successivi, né una partecipazione al valore prodotto. La conoscenza professionale viene acquistata come una materia prima, trasformata in infrastruttura digitale e restituita al mercato sotto forma di servizio automatizzato.
Le organizzazioni dei lavoratori dello spettacolo hanno iniziato a fissare alcuni limiti. La Writers Guild of America stabilisce che un’azienda non possa obbligare uno sceneggiatore a utilizzare strumenti di IA e debba dichiarare se il materiale consegnato contiene parti generate artificialmente. SAG-AFTRA indica tre principi per l’impiego dell’IA: consenso, compenso equo e controllo sulla prestazione. Queste tutele riguardano soprattutto l’utilizzo di testi, voci, immagini e repliche digitali. Rimane però più difficile regolare la cessione volontaria delle competenze utilizzate per addestrare modelli generali, soprattutto quando avviene attraverso piattaforme e contratti individuali. Il problema, quindi, non si risolve vietando ai professionisti di accettare questi lavori. Per molte persone rappresentano una fonte di reddito necessaria e, in alcuni casi, l’IA può offrire nuovi strumenti produttivi a progetti che non troverebbero finanziamenti attraverso i canali tradizionali. La questione riguarda le condizioni dello scambio: quali dati vengono ceduti, per quali usi, per quanto tempo e con quale diritto del lavoratore di conoscere il risultato del proprio contributo, un consenso espresso davanti a un contratto poco trasparente non garantisce da solo un rapporto equilibrato. Servirebbero contratti che distinguano il pagamento per il tempo lavorato dal valore futuro dei dati forniti, registri accessibili sui materiali impiegati nell’addestramento, possibilità di revocare alcuni utilizzi e forme di remunerazione collettiva quando un sistema viene costruito grazie alle competenze di una categoria professionale. Se migliaia di sceneggiatori, medici o insegnanti contribuiscono a creare un servizio commerciale, quella conoscenza non può scomparire dentro il modello senza lasciare diritti a chi l’ha prodotta.
Ripetiamo sempre che l’IA ci sta togliendo lavoro (e ce lo toglierà) ma quello che dovremmo chiederci è perchè dovremmo regalarle anche il valore del lavoro che abbiamo già fatto. Se i dati, i giudizi e le competenze sono nostri, anche il reddito prodotto dalle macchine deve tornare a noi!





