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Il “campo largo” sbaglia sulle rinnovabili, soprattutto in Sardegna

beppegrillo.it - Giugno 4, 2026
di Marco Bella

Il cosiddetto “campo largo” (Partito di Oz, PD, AVS, e soprattutto Matteo Renzi, non scordiamolo) critica giustamente il Governo sul nucleare ma poi blocca di fatto le rinnovabili, con il caso emblematico della Sardegna.

Pannelli fotovoltaici e pale eoliche sono brutte? Diciamocelo serenamente: sì, posso capire che alcune persone non le vogliano vedere. Ma le rinnovabili sono indispensabili per la transizione energetica.

Le pale eoliche su piattaforma galleggiante in mezzo al mare (25-50 km dalla costa, eolico cosiddetto “offshore”) sfruttano venti molto più costanti e prevedibili e non hanno impatto visivo (se non un puntino all’orizzonte) visto che la terra è rotonda e non piatta.

Le rinnovabili non consumano suolo, se non quello del basamento della pala eolica a terra. Le rinnovabili occupano il terreno in modo reversibile, e anzi, l’impatto del fotovoltaico sull’ambiente e sulla tutela della biodiversità è decisamente inferiore a quello di un campo coltivato mediante agricoltura industriale, che sfrutta monocoltura e un eccesso di fertilizzanti e fitofarmaci, per non parlare del confronto con serre e allevamenti intensivi.

Le pale eoliche non “trinciano” gli uccelli come in un film horror, perché gli uccelli sono più intelligenti dei criminali che sabotano i cantieri delle pale eoliche e danno fuoco ai pannelli fotovoltaici: infatti, gli uccelli non ci vanno mica a sbattere. Quello che uccide più uccelli ogni anno sono gli attacchi dei gatti.

Le rinnovabili sono assolutamente indispensabili per abbassare le bollette, e nel giro di pochi anni non hanno più bisogno di incentivi. In Spagna le bollette si sono abbassate NON grazie al nucleare (l’ultimo reattore lo hanno avviato nel lontano 1988) ma proprio grazie allo sviluppo delle rinnovabili negli ultimi anni.

Le rinnovabili permettono di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero, evitandoci di finanziare guerre e dittature.

Le rinnovabili non hanno necessità di chissà quante terre rare: i pannelli fotovoltaici sono fatti essenzialmente di silicio, uno degli elementi più abbondanti della crosta terrestre. Le terre rare come neodimio (Nd), praseodimio (Pr) e disprosio (Dy), invece, si utilizzano nei magneti permanenti e motori elettrici e non si consumano, quindi, si possono riciclare.

Alla luce di questo quadro, che cosa fanno le regioni amministrate dal campo largo? Bloccano le rinnovabili. E secondo Il Sole 24 Ore, la regione più indietro di tutte sugli obiettivi (-461 MW) è, guarda caso, la Sardegna, seguita da Calabria (-383), Toscana (-225) e Puglia (-211). Tre su quattro amministrate dal centrosinistra.

Non è difficile capire perché la Sardegna conduca questa poco invidiabile classifica. Il primo atto della nuova giunta regionale non è stato di occuparsi di lavoro e salute, ma di predisporre una moratoria di 18 mesi contro le “pericolossissime” rinnovabili. Successivamente, è stata varata una legge regionale (che speriamo possa essere presto abolita) che impedisce l’installazione dei grandi impianti rinnovabili sul 99% del territorio sardo. Una cosa è regolamentare le pale eoliche, che non possono giustamente essere costruite troppo vicino alle case, e le domande di connessione, visto che la rete non può accoglierle tutte; un’altra è “tutelare” una quota sproporzionata come addirittura il 99% del territorio. Qualcuno sostiene che l’area rimanente (circa 240 kmq) potrebbe essere sufficiente, ma in realtà le rinnovabili non si possono installare ovunque; quindi, quella legge rappresenta un colpo mortale alla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030. Ma soprattutto: che senso ha “tutelare” il 99% del territorio sardo solo dalle rinnovabili? In quel 99% è possibile costruire strade, tralicci dell’alta tensione, abitazioni, serre, fabbriche di armi e altre attività umane, ma guarda caso no, non installare un “pericolosissimo” campo di pannelli fotovoltaici.

Teniamo presente che la Sardegna è un sito ideale per le rinnovabili non solo perché ha sole e vento in abbondanza, che ci sono in tante regioni del sud Italia, ma proprio perché ha una bassa densità di popolazione (65 abitanti/kmq, meno c’è solo la Valle d’Aosta). Che succederebbe se tutte le regioni italiane “tutelassero” dalle rinnovabili il 99% del proprio territorio?

La guerra alle rinnovabili non è solo insensata, ma anche direttamente dannosa per la Sardegna, perché rinunciare alle rinnovabili significa perdere un’opportunità senza precedenti. Infatti, secondo uno studio del Politecnico di Milano insieme alle università di Padova e Cagliari, la Sardegna potrebbe produrre a bassissimo costo elettricità, idrogeno verde ed e-fuel, decarbonizzando non solo il sistema elettrico, ma anche l’industria pesante e i trasporti dell’isola. Secondo questa ricerca, uno scenario di decarbonizzazione accelerata potrebbe non solo far calare le bollette, ma generare dal qui al 2050 quasi nove miliardi di euro di valore per l’isola, con ben 143.000 ULA (Unità di Lavoro Annue) aggiuntive. Le sole attività permanenti di gestione e manutenzione degli impianti porterebbero 12.400 posti di lavoro stabili. Tutto questo è riassunto in un bellissimo articolo di Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR.

Perché allora bloccare le rinnovabili? Esclusivamente per un miope e abietto calcolo elettorale, al fine di raccattare qualche voto dalle persone con la mente chiusa. Quello che per le destre è la lotta contro i migranti, per le sinistre è la lotta contro le rinnovabili, presuntamente “a difesa del territorio” ma in realtà direttamente togliendo importanti opportunità di lavoro e sviluppo ai cittadini e cittadine delle regioni da loro amministrate.

Quindi, se si dice di no all’allucinazione nucleare, non si possono poi bloccare le rinnovabili, perché si fa la figura dei cialtroni. Se questa è l’alternativa al governo delle destre, povera Italia!

 

 

L’AUTORE

Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.

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