di J. Lo Zippe
La California potrebbe votare nel novembre 2026 una tassa destinata a colpire solo i patrimoni superiori a un miliardo di dollari. La proposta, conosciuta come “2026 Billionaire Tax Act”, prevede un prelievo una tantum del 5% sulla ricchezza dei residenti miliardari. Le entrate sarebbero destinate a sanità pubblica, programmi alimentari, istruzione e servizi sociali, in particolare dopo i tagli federali che rischiano di pesare sui programmi sanitari per le persone a basso reddito.
I promotori sostengono di aver raccolto oltre 1,5 milioni di firme, una cifra superiore alla soglia necessaria per portare la misura al voto. La certificazione ufficiale spetta ad Alex Padilla, il Segretario di Stato della California, ma la battaglia politica è già cominciata, perchè il motivo è evidente, lo Stato più ricco e tecnologico d’America sta chiedendo un contributo straordinario ai suoi residenti più ricchi. La California è uno degli epicentri mondiali della ricchezza estrema, secondo Forbes e le analisi usate nel dibattito sulla proposta, nello Stato vivono oltre 200 miliardari, con una ricchezza complessiva intorno ai 2,2 trilioni di dollari, pur rappresentando circa il 12% della popolazione americana, la California concentra circa il 27% della ricchezza miliardaria degli Stati Uniti.
I CONTRARI
Sergey Brin, cofondatore di Google, e una delle tre o quattro persone più ricche del mondo, con un patrimonio netto che si aggira tra i 260 e i 277 miliardi di dollari , sta dedicando parte della sua ricchezza alla lotta contro la tassa patrimoniale californiana sui miliardari. Il comitato ha raccolto oltre 90 milioni di dollari da meno di una dozzina di donatori, con Brin come principale finanziatore. Brin ha spiegato la sua opposizione richiamando la propria storia personale. In una dichiarazione riportata dalla stampa americana, ha ricordato di essere fuggito dall’Unione Sovietica con la famiglia nel 1979 e ha paragonato la proposta californiana a una “deriva socialista”. La sua presa di posizione ha avuto un forte impatto perché arriva da uno degli uomini più ricchi del mondo e da uno dei fondatori dell’azienda simbolo della Silicon Valley.
Accanto a Brin si muove un fronte ampio di imprenditori e investitori contrari alla patrimoniale. Tra i nomi citati dalla stampa americana compaiono Eric Schmidt, ex CEO di Google, Max Levchin, cofondatore di PayPal, Tony Xu, CEO di DoorDash, Patrick Collison, CEO di Stripe, e John Doerr, presidente di Kleiner Perkins. Anche Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, ha criticato la tassa definendola dannosa per l’innovazione. David Sacks è tra le voci più dure contro la misura. Anche Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, ha donato 3 milioni di dollari alla California Business Roundtable, organizzazione schierata contro la proposta.
Il fronte contrario insiste su un punto preciso, una tassa patrimoniale applicata da un singolo Stato può spingere grandi patrimoni, società, holding e centri decisionali verso territori fiscalmente più favorevoli. Florida e Texas sono le destinazioni più citate, grazie all’assenza di imposta statale sul reddito personale, ai mercati immobiliari di lusso in forte crescita e a un clima politico più vicino alle richieste dei grandi investitori. Per i critici, la California rischia di perdere una parte dei contribuenti da cui dipende una quota rilevante del proprio bilancio.
Il fronte favorevole alla tassa presenta invece la misura come una risposta straordinaria a una fase di forte pressione sui servizi pubblici. Il sindacato SEIU United Healthcare Workers West sostiene l’iniziativa e la collega direttamente ai tagli federali alla sanità. I promotori ricordano che i miliardari californiani hanno accumulato ricchezze enormi dentro un ecosistema costruito anche con università pubbliche, infrastrutture, ricerca, lavoro qualificato e servizi collettivi.
I FAVOREVOLI
Jensen Huang, fondatore e CEO di Nvidia, è una delle voci più significative tra i grandi nomi della tecnologia favorevoli, o comunque disponibili, ad accettare la tassa. Durante un’intervista al Milken Institute, Huang ha detto che la proposta per lui va bene e che pagare sarebbe un modo di restituire qualcosa alla California. Il suo messaggio pesa perché arriva dal capo di una delle aziende più centrali nell’economia dell’intelligenza artificiale, con sede a Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley. Huang ha anche ribadito il proprio legame con la California. Ha detto di amare lo Stato, di preferire tasse più basse e allo stesso tempo di essere pronto a pagare ciò che gli verrà chiesto. La sua posizione crea un contrasto netto con quella di altri miliardari della tecnologia, perché sposta il discorso dal costo immediato della tassa al valore dell’ecosistema californiano, fatto di talenti, università e ricerca.
Nel campo favorevole rientrano anche figure che da anni chiedono una maggiore tassazione dei grandi patrimoni, pur senza essere necessariamente legate alla campagna californiana e sono: Nick Hanauer, imprenditore e venture capitalist, è tra i volti più noti del movimento dei ricchi favorevoli a una fiscalità più progressiva; Abigail Disney sostiene da tempo che i grandi patrimoni debbano contribuire di più. Nel fronte favorevole compare anche Patriotic Millionaires, il gruppo di ricchi americani che da anni chiede tasse più alte sui grandi patrimoni. L’organizzazione ha sostenuto pubblicamente la proposta californiana, pur non risultando tra i promotori principali della campagna referendaria. Warren Buffett, leggendario investitore americano e fondatore della holding Berkshire Hathaway, è da anni un riferimento nel dibattito sulla tassazione dei super ricchi. Il suo nome è legato alla Buffett Rule, il principio secondo cui chi guadagna più di un milione di dollari l’anno dovrebbe pagare una quota fiscale almeno pari a quella della classe media.
Il nodo più delicato riguarda la mobilità del capitale. I patrimoni miliardari sono spesso composti da azioni, partecipazioni societarie, proprietà intellettuale, fondi, holding e asset distribuiti in più Stati. Questa struttura rende più complesso tassarli rispetto a un reddito da lavoro o a una proprietà immobiliare. Secondo gli economisti che hanno lavorato alla proposta, proprio questa complessità consente ai super ricchi di vivere su patrimoni enormi pagando aliquote effettive molto più basse rispetto alla loro reale capacità economica.
Le stime alla base della proposta indicano circa 204 miliardari californiani presenti nella lista Forbes, con una ricchezza complessiva di circa 2,19 trilioni di dollari. Una tassa del 5% genererebbe, secondo i promotori, circa 100 miliardi di dollari anche tenendo conto di una quota prudenziale di elusione ed evasione.
I contrari leggono quegli stessi numeri in modo opposto. Per loro, una tassa di queste dimensioni può diventare un incentivo alla fuga, con il rischio di perdere anche le entrate future legate a redditi, plusvalenze, investimenti e attività economiche. Il governatore Gavin Newsom ha assunto una posizione contraria alla misura, temendo conseguenze negative sul bilancio statale e sulla competitività della California. Il confronto tra Brin e Huang rende questa frattura ancora più evidente, Brin usa decine di milioni di dollari per finanziare una campagna contro la tassa, un paradosso, Huang dice che pagherebbe e che la California resta un luogo unico per costruire tecnologia. Entrambi vengono dalla Silicon Valley, entrambi hanno beneficiato dell’ecosistema californiano ed entrambi rappresentano una parte dell’economia che ha trasformato il mondo.
A novembre dunque i cittadini californiani saranno chiamati a decidere se uno Stato può chiedere un contributo straordinario ai suoi miliardari per finanziare sanità, scuola e servizi sociali, oppure se la mobilità dei capitali rende questo tipo di politica impraticabile a livello statale. Staremo a vedere.





