Entro il 2030 nel mondo potrebbero mancare 11,1 milioni di professionisti sanitari tra medici, infermieri, ostetriche e altre figure assistenziali. È l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel rapporto National Health Workforce Accounts 2026, che descrive una crisi destinata ad aggravarsi per effetto di due fenomeni simultanei: la popolazione mondiale invecchia e, insieme a essa, invecchia anche chi dovrebbe prendersene cura. Secondo l’OMS, 67 Paesi rischiano di non disporre di personale sufficiente a soddisfare i bisogni sanitari della popolazione entro il 2030.
Il rapporto, costruito attraverso i dati ufficiali raccolti dai sistemi sanitari nazionali, evidenzia che quasi un medico su quattro ha già superato i 55 anni e si avvicina al pensionamento. Nei Paesi ad alto reddito la proporzione sale a quasi uno su tre. Il problema emerge nonostante un aumento complessivo del personale sanitario mondiale. Negli ultimi vent’anni, il numero di professionisti ogni 10.000 abitanti è cresciuto del 52%, passando da 44,8 nel 2006 a 67,9 nel 2025.
Oggi nel mondo lavorano oltre 70 milioni di persone nel settore sanitario e assistenziale, ma la crescita non è stata sufficiente a compensare l’aumento della domanda e soprattutto le enormi differenze nella distribuzione delle risorse. Per avere un’idea delle disuguaglianze, nella regione europea dell’OMS la disponibilità di medici per abitante è 13 volte superiore a quella della regione africana, mentre quella di infermieri e ostetriche è sei volte maggiore. La situazione è particolarmente critica per il personale infermieristico. Secondo il rapporto State of the World’s Nursing 2025, gli infermieri nel mondo erano 29,8 milioni nel 2023, ma ne mancavano già 5,8 milioni rispetto al fabbisogno stimato. Entro il 2030 il deficit potrebbe ridursi a 4,1 milioni, rimanendo comunque molto elevato. Circa il 78% degli infermieri lavora in Paesi che ospitano appena il 49% della popolazione mondiale.
Anche l’Europa affronta una crisi crescente. L’ufficio regionale dell’OMS prevede una carenza di quasi 950.000 operatori sanitari entro il 2030, conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, del pensionamento dei professionisti e delle difficoltà nel reclutamento di nuove risorse. In Italia il quadro presenta caratteristiche particolari. Secondo il rapporto OCSE Health at a Glance 2025, il Paese dispone di 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 3,9. La situazione si ribalta per gli infermieri: appena 6,9 ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media di 9,2. Inoltre, almeno il 44% dei medici italiani ha più di 55 anni, una delle percentuali più elevate tra i Paesi OCSE. Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 in Italia vivevano 14,8 milioni di persone con almeno 65 anni, pari al 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni hanno raggiunto quota 2,5 milioni, con un incremento di oltre 100.000 persone in un solo anno. L’invecchiamento comporta un aumento delle persone che convivono con patologie croniche, come diabete, malattie cardiovascolari, disturbi neurodegenerativi e condizioni che richiedono assistenza continuativa. Significa quindi più controlli, più terapie, più riabilitazione e soprattutto una crescente domanda di cure domiciliari. La carenza di personale, inoltre, non dipende esclusivamente dal numero di laureati. Pesano le condizioni di lavoro, le retribuzioni, la distribuzione territoriale degli operatori, le difficoltà di accesso ad alcune specializzazioni e la crescente mobilità dei professionisti verso il settore privato o altri Paesi. In Italia, per esempio, il numero complessivo di medici è relativamente elevato, ma persistono carenze nella medicina generale, nell’emergenza e nell’assistenza infermieristica. Le conseguenze si riflettono già sull’accesso alle cure. Secondo la Commissione europea, nel 2024 il 9,9% degli italiani ha dichiarato di aver rinunciato a prestazioni mediche necessarie, rispetto al 6,3% del 2019. Il 6,8% della popolazione ha indicato le lunghe liste d’attesa come motivo principale. Di fronte a queste prospettive, i sistemi sanitari sono chiamati a ripensare la propria organizzazione. Una parte crescente dell’assistenza potrebbe spostarsi dagli ospedali alle abitazioni, attraverso programmi di monitoraggio remoto, telemedicina e servizi sanitari territoriali. Sensori e dispositivi connessi possono consentire di controllare alcuni parametri clinici a distanza, mentre sistemi di intelligenza artificiale potrebbero supportare il personale nell’analisi degli esami, nella gestione delle informazioni cliniche e nell’identificazione precoce di situazioni di rischio.
La sfida del prossimo decennio sarà riuscire a prendersi cura di una popolazione sempre più anziana, con una forza lavoro sanitaria che rischia di non essere sufficiente a farlo.





