Il 2026 è stato uno degli anni più critici mai registrati per i ghiacciai svizzeri. Secondo le rilevazioni della rete GLAMOS, nell’arco di dodici mesi è scomparso circa il 5,5% del loro volume complessivo, un valore superato soltanto nel 2022, quando la perdita si era avvicinata al 6%. Il dato diventa ancora più significativo osservando un periodo leggermente più lungo: negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso quasi il 20% del proprio ghiaccio glaciale, mentre dall’inizio del secolo la riduzione complessiva supera il 40%. La stagione 2026 ha combinato un inverno caratterizzato da scarse precipitazioni nevose con temperature particolarmente elevate dalla primavera fino alla fine dell’estate, due condizioni che hanno accelerato la fusione. La neve svolge infatti una funzione protettiva perché la sua superficie chiara riflette una parte consistente della radiazione solare, mentre il ghiaccio esposto assorbe una quantità maggiore di energia e si scioglie più rapidamente.
Le misurazioni effettuate su diversi ghiacciai del Paese mostrano perdite medie di spessore comprese tra 2,5 e 4 metri, mentre nelle zone più basse delle lingue glaciali la riduzione ha raggiunto in alcuni casi quasi 10 metri nel corso di una sola stagione.
Uno degli esempi più significativi è quello del ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, monitorato da anni dal glaciologo Matthias Huss, responsabile della rete GLAMOS. Alla fine dell’Ottocento la lingua glaciale si estendeva quasi due chilometri più a valle rispetto alla posizione attuale e le zone un tempo occupate dal ghiaccio sono oggi caratterizzate da rocce, sedimenti e da un lago formatosi progressivamente con il ritiro della massa glaciale. Le osservazioni condotte nel corso dell’estate mostrano inoltre che il processo di fusione interessa sia la superficie sia la parte inferiore del ghiacciaio, dove l’acqua scorre attraverso cavità e canali interni modificandone la struttura e contribuendo alla formazione di crepacci e aree sempre più instabili.
La riduzione dei ghiacciai alpini ha conseguenze dirette anche sulla disponibilità di acqua. Queste masse di ghiaccio funzionano come grandi serbatoi naturali che accumulano neve durante i mesi freddi e rilasciano progressivamente acqua durante l’estate, contribuendo alla portata di torrenti e fiumi proprio nei periodi in cui le precipitazioni possono essere più scarse. Tra luglio e settembre 2026 lo scioglimento dei ghiacciai svizzeri ha liberato circa 2.200 miliardi di litri d’acqua, una quantità superiore a quattro volte il consumo domestico annuo di acqua potabile della Svizzera. Una parte consistente di questo volume deriva però dalla riduzione delle riserve accumulate nel corso degli anni e rappresenta quindi acqua che in futuro sarà disponibile in quantità inferiori.
Gli studiosi descrivono questa evoluzione attraverso il concetto di “peak water”, il momento in cui lo scioglimento di un ghiacciaio raggiunge il massimo contributo alla portata dei corsi d’acqua. Nelle prime fasi della fusione accelerata, l’aumento dello scioglimento produce una maggiore quantità di acqua e può temporaneamente accrescere i flussi estivi; con la progressiva diminuzione della massa glaciale, però, la quantità di ghiaccio disponibile si riduce e di conseguenza diminuisce anche l’acqua rilasciata. Per diversi ghiacciai alpini questo punto risulta già raggiunto o molto vicino e il fenomeno interessa direttamente alcuni dei principali bacini idrografici europei, tra cui Reno, Rodano, Po e Danubio. Le conseguenze riguardano la disponibilità stagionale di acqua, l’agricoltura, la gestione dei bacini artificiali e la produzione idroelettrica, particolarmente importante in Svizzera, dove l’acqua proveniente dalle montagne rappresenta una componente centrale del sistema energetico.
Il ritiro del ghiaccio sta trasformando anche il territorio e gli ecosistemi alpini. Il geomorfologo Stuart Lane, dell’Università di Losanna, studia le aree che emergono progressivamente con la scomparsa dei ghiacciai, superfici formate in prevalenza da roccia, ghiaia e sedimenti che vengono colonizzate attraverso processi molto lenti. I primi organismi a insediarsi sono microrganismi e biofilm, ai quali seguono specie vegetali pioniere, insetti e comunità biologiche progressivamente più complesse. La formazione di un nuovo ecosistema può richiedere diversi decenni e queste aree rappresentano oggi un importante laboratorio naturale per osservare come gli ambienti alpini cambiano in risposta all’aumento delle temperature e alla riduzione della copertura glaciale.
La trasformazione riguarda anche il turismo e le attività economiche cresciute intorno ai ghiacciai. Sul ghiacciaio del Rodano la famiglia Carlen gestisce da quasi due secoli una celebre grotta scavata nel ghiaccio e, seguendo l’arretramento della lingua glaciale, nel corso degli anni ha dovuto spostarne progressivamente l’ingresso verso monte. In circa vent’anni il percorso si è allontanato di circa 700 metri rispetto alla posizione precedente. Per rallentare lo scioglimento di alcune porzioni di ghiaccio sono stati utilizzati grandi teli bianchi capaci di ridurre l’assorbimento della radiazione solare, una pratica che ha alimentato un ampio dibattito ambientale e una petizione sottoscritta da oltre 10.000 persone. Le autorità del Canton Vallese hanno successivamente disposto la cessazione dell’attività, che arrivava ad attirare circa 100.000 visitatori ogni anno, aprendo una discussione più ampia sul futuro del turismo alpino in territori che stanno cambiando rapidamente.
La Svizzera conta oggi circa 1.400 ghiacciai, molti dei quali di piccole dimensioni, e le proiezioni climatiche indicano una forte riduzione nel corso dei prossimi decenni, con le masse glaciali residue concentrate soprattutto alle quote più elevate. Il fenomeno interessa l’intero arco alpino e riguarda direttamente anche l’Italia, perché la diminuzione delle riserve di ghiaccio modifica la distribuzione stagionale dell’acqua, gli ecosistemi montani, la stabilità dei versanti, la produzione di energia, l’agricoltura e numerose attività economiche legate alla montagna. Le misurazioni raccolte nel 2026 mostrano soprattutto la velocità di questa trasformazione: quasi un quinto del ghiaccio svizzero è scomparso nell’arco di appena cinque anni.





