di Marco Bella
Tutte e tutti a un certo punto della vita abbiamo immaginato una relazione nella realtà impossibile: con un personaggio famoso, con una persona che però quella relazione non la vuole, oppure con qualcuno/a che semplicemente non esiste. Gli amori non reali sono bellissimi e perfetti, perché sono costruzioni della nostra mente. Se qualcuno all’innamorato prova a portare argomenti razionale, la reazione più comune è quella di aggrapparsi ancora più forte alle proprie illusioni.
Nei dibattiti di questi giorni il nucleare in Italia è trattato appunto come un amore immaginario: chi lo sostiene ne esalta solo i presunti vantaggi. “Se ci fosse il nucleare le nostre bollette sarebbero più basse”; “se ci fosse il nucleare avremmo l’indipendenza energetica”; “se ci fosse il nucleare le nostre emissioni di CO2 sarebbero più basse”.
La realtà è prima di venti anni (con enorme ottimismo) il nucleare in Italia non ci sarà e quindi, prima di questi benedetti venti anni, non vedremo nulla dei presunti vantaggi, come “abbassare le bollette”, “energia per i datacenter e le acciaierie”, stabilizzare la rete”, “sicurezza energetica”, “fonte di energia continua”. “energia elettrica a basse emissioni”.
Ma attenzione: nel migliore dei casi, tra venti anni si avvierebbe un singolo reattore. Avere una produzione significativa richiederebbe ancora almeno un ulteriore decennio. A quel punto, ci troveremmo diversi reattori realizzati con una tecnologia di trenta anni prima da far funzionare (e ammortizzare) per altri decenni.
Pensate che le nostre esigenze saranno le stesse tra venti anni? Pensate che la dinamica dei prezzi sarà la stessa tra venti anni? Pensate che ci possiamo permettere di immobilizzare decine di miliardi di capitali pubblici per qualcosa che non produrrà alcun beneficio per almeno venti anni? Pensate davvero che non ci siano soluzioni più rapide ed economiche, come le rinnovabili che sono in enorme espansione?
Martedì 26 Maggio è in approvazione presso la Camera dei Deputati il DDL 2669 “Nucleare”. Quali saranno le conseguenze pratiche di quello che è presentato come “il ritorno al nucleare in Italia”?
Innanzi tutto, in questa legislatura c’è una notevole maggioranza di parlamentari da forze politiche favorevoli al nucleare, perché oltre al blocco delle destre ci sono anche i partitini di centro che voteranno a favore. Quindi, era la situazione migliore possibile per il ritorno al nucleare, nella quale ci si aspettava chissà quali avanzamenti, tipo la posa della prima pietra per una nuova centrale nucleare. In realtà, nulla di tutto questo è avvenuto, e ben difficilmente accadrà nemmeno nelle prossime legislature.
Quello che si approverà alla Camera sarà una “legge-delega”, ovvero la “cornice” di una legge che dovrà poi scrivere il governo con dei decreti legislativi. Ovviamente, dopo l’approvazione anche del Senato. Questo sarà sufficiente per costruire queste benedette centrali nucleari? No. Come ingenuamente rivendicato dal ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, il DDL 2669 sarà solamente il “quadro legislativo” per un eventuale ritorno al nucleare. Cioè, non si sceglierà su quale tecnologia puntare, né dove eventualmente mettere i rettori e non ci sarà nemmeno la decisione nucleare sì/nucleare no.
Quando tento di spiegare a chi è perdutamente innamorato dell’allucinazione nucleare la questione “prima di venti anni” ricevo la reazione tipica dell’innamorato che si aggrappa ostinatamente alla propria illusione: la negazione della realtà e l’aggressività verbale.
L’unica tecnologia nucleare matura a oggi è quella dei grandi reattori da 1-1.6 GW di potenza. Il problema principale è che in occidente i tempi per costruirli si sono enormemente dilatati e i costi anche.
È vero: i reattori moderni non sono più “quelli di Chernobyl”, sono maggiormente sicuri, ma proprio per questo costano di più e richiedono tempi maggiori per essere costruiti.
Nell’Unione Europea, dall’inizio del millennio, è stata avviata la costruzione di soli quattro reattori e tutti e quattro hanno visto ritardi mostruosi per i tempi di costruzione: Flamanville 3, Francia; diciassette anni; Olkiluoto 3, Finlandia, diciotto anni; Hinkley Point C1, almeno tredici anni, visto che la costruzione è iniziata nel 2018 e si pensa di completarlo nel 2030 e Hinkley Point C2 almeno dodici anni, visto che sarà terminato dopo la prima unità, quindi al più presto nel 2031. A queste tempistiche vanno aggiunti almeno altri cinque anni per il processo autorizzativo. Insomma: tutti, e sottolineo tutti, i paesi europei che in tempi recenti hanno provato a costruire grandi reattori nucleari hanno incontrato ritardi.
Forse, c’è una possibilità non poi così piccola che questo accada anche in Italia.
Se si iniziasse a costruirne non uno, ma una decina di reattori, man mano i tempi potrebbero ridursi (non è affatto sicuro), ma non di chissà quanto. Si pensi ad esempio che per la seconda unità di Hinkley Point, nel caso migliore (tredici anni per la prima, dodici per la seconda), il guadagno sarà appena di un anno su tredici, cioè dell’otto percento. Il discorso “tempi” porta anche all’esplosione dei costi, perché salgono i costi degli interessi, e rendono oggi il nuovo nucleare la fonte di energia continua più costosa possibile.
Gli innamorati, però, la realtà non la vogliono accettare. Ecco che quando gli parli di questa benedetta realtà dei tempi, tirano fuori gli SMR, i “piccoli reattori modulari”, un’idea degli anni ’50. Questi reattorini, essendo costruiti in serie, dovrebbero ipoteticamente permettere di iniziare a produrre energia in tempi più brevi, abbattendo tempi e costi. La realtà è che per la costruzione “modulare”, cioè in serie, serve una fabbrica di SMR, che al momento non esiste nel mondo, e che difficilmente esisterà se non se ne giustificano i costi. Il primo prototipo di SMR nel mondo occidentale, quello di Nuscale in Idaho, è stato cancellato perché troppo costoso.
In Cina e Russia ci sono alcuni prototipi di piccoli reattori, ma non c’è ancora nessuna fabbrica. Capiamo se ne nemmeno si progetta la fabbrica, gli SMR sono una tecnologia ancora più lontana nel tempo rispetto a quella dei grandi reattori?
La Francia ha avviato nel 2023 un piano per la costruzione di nuovi reattori, proprio come vorrebbe l’Italia. Dopo una serie di voli pindarici si è arresa alla realtà dei tempi: il capofila dei loro nuovi reattori non produrrà energia prima del 2038, cioè dopo quindici anni dalla decisione politica.
Se non ci saranno ritardi, ovviamente, il che viste le esperienze del recente passato appare improbabile. I costi sono già saliti a 83 miliardi di euro, oltre 8.600 euro a kW.
Pensare che l’Italia possa metterci non meno, ma anche solo lo stesso tempo è pura fantasia da innamorato perso. La Francia, come gli altri paesi europei che hanno costruito reattori in tempi recenti, ha anche già deciso dove mettere i suoi reattori: in siti ove già ce ne sono altri, sfruttando quindi le infrastrutture esistenti. La domanda che sorge è: l’Italia, dove li metterebbe questi reattori? Consideriamo che da fine 2023 c’è un elenco di cinquantuno aree idonee, in comuni che potrebbero candidarsi per ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari. Il deposito è un‘infrastruttura assolutamente necessaria e irrinunciabile, se non altro per i rifiuti della medicina nucleare e ricerca. A distanza di due anni e mezzo, nessun comune si è fatto avanti, (Trino Vercellese ha ritirato la candidatura iniziale), tanto che il governo si è arreso e ha dovuto stipulare un accordo con la Francia per lasciare lì i nostri rifiuti ad alta attività per altri quindici anni, al costo di 60 milioni di euro l’anno. Questo, non è un bene per nessuno: lo presento come dato di fatto. Tuttavia, se in quattro anni il governo non è nemmeno riuscito a trovare dove mettere il deposito nazionale e paga la Francia per tenere i nostri rifiuti, quanto è credibile che riesca a trovare in tempi ragionevoli i siti per costruire i reattori?
Ci rendiamo finalmente conto quindi che se la Francia, avendo già siti e industria nucleare stima quindici anni per avviare un reattore nucleare, per l’Italia questo tempo non può che dilatarsi ad almeno venti anni?
Sul momento, gli innamorati non vogliono sentire ragioni: raggiungere l’oggetto del loro desiderio è per loro irrinunciabile. Ma, con il tempo, capiscono che quello che era un amore adolescenziale non più è adatto dopo venti anni, perché in un mondo che cambia velocemente venti anni sono un’era geologica. E quando si è innamorati perdutamente, non si capisce che, piuttosto che ostinarsi, ci sono invece tante alternative che possono rendere la propria vita decisamente migliore. Tutti i vantaggi del nucleare possono essere ottenuti molto prima e soprattutto a costi decisamente minori con rinnovabili e sistemi di accumulo. Conviene davvero volersi far prendere in giro dalla propaganda del governo?
L’AUTORE
Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.








