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Tassare i robot per lavorare meno, la proposta di OpenAI ai governi

beppegrillo.it - Aprile 8, 2026

L’azienda che più di ogni altra ha accelerato la corsa all’intelligenza artificiale ha pubblicato lunedì un manifesto economico sorprendente: OpenAI chiede ai governi di tassare i robot, redistribuire la ricchezza generata dall’AI e sperimentare la settimana lavorativa di 4 giorni senza riduzione dello stipendio.

Il documento, intitolato “Politica industriale per l’era dell’intelligenza: idee per mettere le persone al primo posto” è lungo 13 pagine e si presenta come un punto di partenza per il dibattito pubblico. Il CEO Sam Altman, intervistato da Axios in concomitanza con la pubblicazione, ha paragonato la portata della transizione in atto al New Deal e all’Era Progressista americana. “Man mano che l’AI trasforma il lavoro e la produzione, la composizione dell’attività economica potrebbe spostarsi, espandendo i profitti aziendali e le plusvalenze, riducendo potenzialmente la dipendenza dai redditi da lavoro.” si legge nel documento.

La proposta più ambiziosa è la creazione di un Public Wealth Fund, un fondo statale che acquisterebbe partecipazioni in aziende AI e nell’industria correlata. I rendimenti verrebbero distribuiti direttamente ai cittadini, anche a chi non ha mai investito in borsa. Il modello è esplicitamente ispirato all’Alaska Permanent Fund, che da decenni eroga dividendi annuali ai residenti dello Stato grazie ai proventi del petrolio.

I mercati finanziari si sono gonfiati sull’onda dell’entusiasmo per l’AI, ma la gran parte dei cittadini non ha visto nessuno di quei guadagni. OpenAI stessa, in procinto di quotarsi in borsa a una valutazione stimata di 852 miliardi di dollari, è una delle principali beneficiarie di questo fenomeno. L’idea di tassare i robot non è nuova. Nel 2017 Bill Gates aveva proposto che un robot che sostituisce un lavoratore umano pagasse una tassa equivalente a quella che avrebbe pagato quel lavoratore. OpenAI riprende il concetto in termini più generali, suggerendo di spostare la base imponibile dal lavoro al capitale, tasse quindi più alte sui profitti aziendali, sulle plusvalenze e sui rendimenti guidati dall’AI.

Il documento OpenAI non indica però un’aliquota specifica, lasciando i dettagli ai legislatori. Una vaghezza che non è passata inosservata ai critici, considerando che l’attuale amministrazione Trump ha ridotto la corporate tax al 21% e difficilmente tornerà sui propri passi.

L’industria tech ha a lungo promesso che l’AI avrebbe liberato tempo per gli esseri umani. Ora OpenAI vuole che quella promessa si trasformi in politica pubblica; il piano propone incentivi governativi per incoraggiare aziende e sindacati a sperimentare la settimana di 32 ore senza decurtazioni salariali. Se i livelli di produzione e servizio possono essere mantenuti in meno ore, il risparmio di tempo diventerebbe permanente con una settimana corta definitiva, o giorni di ferie aggiuntivi.

Ma non è solo l’azienda tecnologica di Sam Altman a pensarci, come riporta Euronews, il CEO di Nvidia Jensen Huang e quello di Zoom Eric Yuan hanno già espresso supporto per una settimana di tre o quattro giorni grazie ai guadagni di produttività dell’AI. Jamie Dimon di JPMorgan ha addirittura parlato di una settimana di tre giorni e mezzo, aggiungendo che l’AI potrebbe curare alcune forme di cancro.

Il documento di OpenAI arriva in un momento di vera tensione economica. Secondo i dati citati da OpenAI stessa, i libri paga dei colletti bianchi si sono ridotti per 29 mesi consecutivi, una sequenza senza precedenti al di fuori di una recessione. La domanda di laureati nelle migliori business school è in calo. L’AI sta chiaramente già mangiando pezzi di mercato del lavoro cognitivo, mentre i benefici in termini di nuovi posti di lavoro restano lontani. Il documento propone anche un meccanismo automatico di protezione sociale: se gli indicatori di dislocazione lavorativa causata dall’AI superano soglie predefinite, si attiverebbero automaticamente ammortizzatori sociali,  sussidi di disoccupazione estesi, pagamenti diretti in contanti, assicurazioni salariali, senza bisogno di nuova legislazione ogni volta, come si legge.

OpenAI si prepara in questo momento alla quotazione in borsa più grande della storia (potenzialmente la prima IPO superiore a 1.000 miliardi di dollari di valutazione) e ha appena completato la conversione in ente for-profit. Progetta perdite per 14 miliardi di dollari nel 2026; è insomma in una fase delicata, in cui curare la propria immagine pubblica è cruciale. Diversi critici, riportati da Fortune, definiscono le proposte un esercizio di “nihilismo regolatorio”: OpenAI si oppone alle normative AI a livello statale mentre chiede sussidi federali per le proprie infrastrutture, posizioni in evidente contraddizione. Il presidente Trump ha firmato a dicembre un ordine esecutivo che limita le regolamentazioni statali sull’AI in nome della competitività nazionale, n vuoto che OpenAI ora cerca esplicitamente di riempire con la propria agenda.

Rimane però un fatto politico rilevante, che la principale azienda AI del mondo stia dicendo pubblicamente che le macchine intelligenti richiedono una riscrittura dell’economia, non solo un aggiustamento marginale. Che lo faccia in buona fede o per interesse strategico, il dibattito è finalmente aperto.

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