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La Cina punta sulla fecondazione in vitro contro il crollo delle nascite

beppegrillo.it - Marzo 8, 2026

La Cina sta cercando di fermare il crollo delle nascite con una serie di misure pubbliche, bonus, rimborsi sanitari e incentivi alla maternità, e tra gli strumenti su cui ha deciso di puntare c’è anche la fecondazione in vitro. Per circa trentacinque anni, dal 1980 al 2015, il paese ha imposto per la maggior parte delle famiglie la politica del figlio unico, nel tentativo di frenare la crescita demografica. Oggi, dopo l’introduzione della politica dei due figli nel 2016 e di quella dei tre figli nel 2021, la stessa Cina cerca di fermare il crollo delle nascite e tra gli strumenti su cui ha deciso di puntare c’è anche la fecondazione in vitro.

In Cina l’infertilità tra le coppie in età riproduttiva è salita nel tempo fino a livelli intorno al 18% nel 2020, mentre la domanda di tecniche di riproduzione assistita è esplosa. Secondo i dati richiamati dall’Economist in un un articolo recente, i cicli di trattamento sono passati da circa 236.000 nel 2013 a oltre 1,1 milioni nel 2019, con circa 600 cliniche autorizzate nel paese.  tecnologie di riproduzione assistita hanno già inciso sulle nascite cinesi, con circa 300.000 nati e una quota vicina al 3 per cento del totale nel 2022. Per un governo che teme il restringimento della forza lavoro e l’aumento del rapporto tra pensionati e lavoratori, anche quel 3 per cento appare prezioso. Il problema è che un conto è spostare qualche decimale, un altro è invertire una tendenza storica. Quando un paese scende stabilmente intorno a un figlio per donna, il motore del declino è economico, culturale, urbano e occupazionale, non soltanto biologico.

Pechino lo ha capito e sta allargando il ventaglio degli incentivi: oggi tutte le 31 regioni a livello provinciale hanno incorporato i trattamenti di fertilità nei rispettivi sistemi di rimborso sanitario. Nel solo 2024 oltre un milione di persone ha ricevuto rimborsi per la FIVET. Dal 2025 è stata introdotta anche una misura nazionale per l’infanzia pari a 3.600 yuan all’anno per ogni figlio sotto i tre anni, mentre nel marzo 2026 il governo ha rilanciato l’obiettivo di costruire una “società amica delle nascite” con sostegni più ampi su maternità, FIVET, servizi educativi e riduzione dei costi familiari.

Ma quanto può incidere davvero la FIVET su una crisi delle nascite che nasce altrove? Un ciclo può costare tra 20.000 e 50.000 yuan, circa 2.500 e 6.250 euro, e anche con i rimborsi resta impegnativo per molte famiglie. In diverse città esistono sussidi aggiuntivi, però la geografia sociale della Cina pesa moltissimo. Le aree ricche rimborsano di più e offrono più servizi, le aree più deboli restano indietro. L’Economist cita un contrasto eloquente tra Pechino e Jilin. Nella capitale decine di migliaia di persone hanno avuto accesso ai rimborsi, mentre in una provincia con popolazione comparabile i numeri sono di gran lunga inferiori. In altre parole, la fertilità assistita rischia di seguire la stessa mappa delle disuguaglianze del reddito.

La FIVET, insomma, aiuta l’infertilità, non risolve l’esitazione a diventare genitori, ed è proprio qui che i numeri diventano più scomodi della propaganda. In Cina il costo medio per crescere un figlio fino ai 18 anni è stato stimato in circa 538.000 yuan, circa 67.000 euro, oltre 6,3 volte il PIL pro capite. È un peso enorme, soprattutto nelle grandi città, dove si concentrano casa, scuola privata, doposcuola, sanità integrativa e competizione educativa. Se mettere al mondo un figlio significa caricarsi un debito di lungo periodo, il problema non è convincere le coppie a concepire, è rendere sostenibile la vita dopo la nascita.

Per questo le politiche pronataliste cinesi mostrano una contraddizione sempre più visibile. Da un lato aumentano sussidi, rimborsi e incentivi. Dall’altro si è arrivati perfino a reintrodurre dal gennaio 2026 un’IVA del 13% su preservativi e contraccettivi, una scelta che ha il sapore della pressione ideologica più che della politica sociale efficace. Quando uno Stato prova a correggere il calo delle nascite rendendo più costosa la contraccezione, ammette implicitamente che gli incentivi positivi da soli non bastano. Ed è proprio questa ammissione, più della misura fiscale in sé, a raccontare la profondità del problema. A livello nazionale la FIVET è riservata soltanto alle coppie eterosessuali sposate e il congelamento degli ovuli, salvo eccezioni mediche, non è liberamente accessibile alle donne sane che vogliono rimandare la maternità; questo significa che molte donne possono cercare un figlio solo quando la finestra biologica si è già ristretta, e con probabilità di successo più basse.

La questione comunque non riguarda soltanto il numero di bambini, riguarda il modello di sviluppo generale. La Cina sta entrando in una fase in cui gli ultrasessantenni dovrebbero superare i 400 milioni entro il 2035. Un paese con meno nascite, meno giovani disponibili, più spesa pensionistica e più domanda di assistenza deve scegliere se trattare la demografia come un’emergenza da correggere con bonus e cliniche, oppure come il sintomo di un equilibrio sociale spezzato. Finché lavoro, casa, cura e istruzione resteranno costosi e competitivi oltre misura, la FIVET potrà aiutare molte famiglie, dare sollievo a chi desidera un figlio e non riesce ad averlo, persino aggiungendo qualche centinaio di migliaia di nascite. Non basterà però da sola a salvare la Cina dal suo inverno demografico…

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