Una banca del cibo del futuro può somigliare a una banca dei semi, solo che al posto dei semi conserva cellule, linee cellulari pronte a crescere in laboratorio e a diventare carne coltivata. Il progetto è stato realizzato dal Tufts University Center for Cellular Agriculture insieme al Good Food Institute, con l’obiettivo di salvare e rendere accessibili tecnologie sviluppate da startup che hanno chiuso o ridotto le attività, trasformandole in un bene pubblico per la ricerca e l’industria alimentare.
Negli ultimi anni molte aziende che lavoravano sulla carne coltivata hanno prodotto linee cellulari, protocolli e terreni di crescita avanzati, poi si sono fermate per mancanza di fondi. Invece di lasciare andare persi anni di lavoro, il Good Food Institute ha acquistato queste risorse e le ha affidate a Tufts, che le conserva, le valida e le rende disponibili attraverso una cell bank aperta, con pochi vincoli d’uso. Tra i materiali raccolti ci sono linee cellulari bovine capaci di crescere indefinitamente e colture adattate alla crescita in sospensione, una caratteristica fondamentale per la produzione in bioreattori su larga scala, oltre a formulazioni di terreni di crescita senza componenti animali.
Per capire perché una banca di cellule alimentari conta fuori dai laboratori basta guardare i numeri. A livello globale, la disponibilità media di carne è di circa 44 kg per persona all’anno. In Europa si sale a circa 78 kg per persona all’anno, quasi il doppio della media mondiale. Una parte di questa carne non viene nemmeno mangiata, perché si perde lungo la filiera o finisce tra gli sprechi domestici, ma l’impatto ambientale della sua produzione resta comunque intero.
L’allevamento occupa oltre il 75% delle terre agricole mondiali, tra pascoli e colture destinate ai mangimi, eppure fornisce meno di un quinto delle calorie globali. È un uso enorme di suolo per una resa relativamente bassa, che spinge deforestazione, perdita di biodiversità e competizione diretta tra cibo per animali e cibo per persone. A questo si aggiunge il peso climatico. Le catene di fornitura del bestiame generano circa 7 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente ogni anno, intorno al 14–15% delle emissioni globali di origine umana. Se si guarda all’intero sistema agroalimentare, dalle stalle ai campi fino alla distribuzione, si arriva a circa un terzo delle emissioni mondiali.
La carne coltivata può ridurre alcune di queste pressioni. Coltivare cellule invece di allevare animali interi significa usare meno terra, meno acqua e ridurre drasticamente le emissioni di metano. Il problema è sempre stato la scala, i costi e l’accesso alla tecnologia. Una cell bank aperta interviene proprio lì, abbassa la soglia di ingresso, evita duplicazioni inutili e accelera la ricerca condivisa. In pratica funziona come un’infrastruttura pubblica. Chi fa ricerca o sviluppo può partire da linee cellulari già testate invece di ricominciare da zero. Chi lavora su bioreattori e processi industriali può concentrarsi sulla produzione invece che sulla biologia di base. È un cambio di paradigma, meno segreti industriali chiusi in cassaforte e più conoscenza che circola.
In un mondo che consuma sempre più carne e allo stesso tempo fatica a stare dentro i limiti climatici e ambientali, anche una banca di cellule diventa un pezzo di politica industriale e ambientale. Non risolve tutto, però evita che il futuro del cibo venga rallentato da fallimenti, sprechi di ricerca e barriere artificiali. Una biblioteca biologica per mangiare meglio, con meno impatto e più intelligenza collettiva.





