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Un popolo di furbi e di fessi

beppegrillo.it - Aprile 5, 2021

di Torquato Cardilli – Esattamente un secolo fa, nel 1921, lo scrittore Giuseppe Prezzolini dava alle stampe una raccolta di aforismi dallo stile mordace e pungente che descriveva l’indole dei nostri connazionali dividendoli in furbi e in fessi.

A distanza di quasi 15 anni da allora, Mussolini, scottato per l’affronto della Società delle Nazioni che aveva imposto contro l’Italia le “inique” sanzioni per la aggressione italiana dell’Abissinia, cercò di risollevare l’orgoglio nazionale in un discorso, rimasto celebre, inteso alla glorificazione del suo popolo fatto “di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori”, come fu poi scolpito sul palazzo della civiltà all’EUR. E gli italiani, come scriverà poi Barzini, dimentichi delle debolezze e dei mali interni non ammisero la loro mediocrità, ma credettero di essere figli prediletti degli dei.

Per tutti però l’illusione di essere superiori agli altri durò poco e gli italiani, già eredi di una civiltà immortale condita di sciagure nazionali, tornarono ad essere quelli di sempre.

Pur non esistendo una definizione codificata dei fessi, secondo Prezzolini chi pagava il biglietto intero in treno, chi non entrava gratis a teatro o a un ritrovo; non aveva un parente parlamentare, un cavaliere amico della moglie, un protettore potente in Magistratura, nella Pubblica Istruzione, nella Polizia, massone o gesuita, chi dichiarava al fisco il suo vero reddito, chi manteneva la parola data anche a costo di perderci, era certamente un fesso.

Per converso il furbo, che non ha principi, ma solo fini, e per questo non è da confondere con l’intelligente che può anche essere fesso, eccelle nelle virtù negative contrarie: per la legge di Murphy si trova sempre in una posizione che segna il limite della propria competenza occupando un posto non per le sue vere capacità, ma per l’abilità nel fingere di averle.

Per lui la parola dovere è la più utilizzata non per riferirsi all’obbligo di diligenza nel rispetto delle leggi o di adempimento scrupoloso dei compiti affidatigli, ma per declamarla nelle solenni orazioni funebri in memoria dei fessi che lavorano sodo e pagano le tasse, che mandano avanti il paese e che per esso muoiono mentre gli altri se la spassano.

Non c’è furbo che non abbia qualche scheletro da nascondere e che non disdegni di associarsi ad altri briganti della sua specie, per spartirsi cinicamente la ricchezza prodotta dai fessi, che in generale sono anche stupidi perché sopportano da sempre accontentandosi di qualche misero vantaggio.

Gli esempi di truffe economiche, di fallimenti fraudolenti, di malversazioni bancarie, di ladrocini e di appropriazione dell’altrui risparmio, di torsione delle leggi nell’esclusivo interesse personale, di concessione con i soldi dei risparmiatori di prestiti agli amici e che non sono più tornati indietro, di frodi pubbliche, di aiuti e sovvenzioni a fondo perduto, di turbativa del mercato, di favoritismi occulti, di conflitti di interesse , sono talmente tanti – commessi proprio da chi sta più in alto nella scala sociale – da poter riempire i volumi di un’enciclopedia.

Ciò nonostante l’italiano medio, istupidito da una televisione e da un’informazione distorta, ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’adulazione di chi ne fa largo uso a suo danno in famiglia, nella scuola, nella carriera, nella vita di ogni giorno.

Il fesso vittima del sopruso pur lamentandosene a bassa voce, o bofonchiando, in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per emularne in sedicesimo il misero comportamento soprattutto in ambito fiscale, lavorativo e sindacale.

E’ cronaca quotidiana quella che vede i furbi, soprannominati con il diminutivo gentile e perdonista di “furbetti”, commettere reati di frode pubblica con il cartellino timbrato senza lavorare, oppure con lo scavalcamento di ogni ostacolo o procedura a danno di altri nascondendosi dietro l’ipocrita ammissione del rispetto della legge formale, che presenta sempre qualche lacuna o varco in cui accomodarsi. La quale legge, per l’ottusità del legislatore e del suo interprete, riesce persino a punire quelli che osano denunziare o semplicemente evidenziare l’altrui sopruso.

Qualche esempio recente dei giorni nostri? Il Garante per la privacy ha sanzionato l’INPS per le verifiche compiute su quanti, pur godendo di posizioni e retribuzioni di prestigio, hanno chiesto ed ottenuto, all’inizio della pandemia, il cosiddetto bonus Covid. Si trattava di Parlamentari, Consiglieri regionali, Assessori comunali che hanno suscitato la pubblica, ma inefficace, riprovazione, per aver carpito, in assenza di un esplicito divieto legislativo, il beneficio di 600 euro, destinato a chi aveva realmente bisogno perché ridotto alla fame dal “lockdown”.

La pandemia oltre ad aver fatto schizzare verso l’alto le diseguaglianze ha evidenziato una serie infinita di altre furbizie: dallo scandalo delle mascherine con contratti miliardari e provvigioni milionarie concesse a millantatori di professione agevolati dalla cecità politica di chi doveva controllare, alla vicenda dei camici, fatti figurare come donazione dopo che era stata scoperta la vera fattura con coinvolgimento del presidente regionale lombardo, alla questione dell’ospedale Covid praticamente inutilizzato alla Fiera di Milano, al software di gestione delle prenotazioni per le vaccinazioni (sempre in Lombardia) pagato parecchi milioni e preferito a quello gratuito delle Poste, oppure ad atti di vero arrembaggio banditesco per ottenere la vaccinazione senza file di attesa scavalcando i più bisognosi di cure, facendo valere il potere politico o corporativo, proprio a danno di tanti vecchi che ci hanno rimesso la pelle.

A queste due categorie dei furbi e dei fessi ne aggiungerei amaramente un’altra per la quale non è necessario spendere eccessive parole perché, come dicevano i latini, la definizione è in “re ipsa”:  gli ingenui, cioè quelli che si stupiscono del livello di ingordigia degli speculatori, dei profittatori, della fellonia di tanti politici che calpestano la parola data, il programma elettorale, i giuramenti e gli impegni presi, la collettività e il proprio paese, ma che continuano ad eleggerli piuttosto che mandarli a faticare per cercarsi un lavoro.

 

L’AUTORE

Torquato Cardilli – Laureato in Lingue e civiltà orientali e in Scienze politiche per l’Oriente. E’ stato Ambasciatore d’Italia in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola. Ha redatto oltre 100 articoli di carattere politico ed economico pubblicati in Italia e all’estero da varie testate ed agenzie di stampa.

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