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di Danilo Della Valle – Il vecchio mondo sta morendo… il nuovo mondo sta nascendo, sentenzierebbero i più, eppure ad oggi non è ancora del tutto così.

Attualmente più di 4 miliardi di persone, in Asia, stanno triplicando i consumi di materie prime, chiedono di avere servizi e di dimezzare la povertà alla stregua del “primo mondo”. Li chiedono e li stanno ottenendo per la fase di sviluppo e crescita che stanno vivendo. Non più fabbriche del mondo, ma mercati interni in crescita, nuovi sviluppi tecnologici ed aumento di redditi e benessere.

Dalla caduta del blocco socialista dell’Unione Sovietica, il mondo è passato automaticamente, e probabilmente senza la completa consapevolezza di tutti, in una fase in cui il predominio della superpotenza economica e militare statunitense imperava come unico attore globale in un mare di potenze “regionali”. Il cosiddetto “momento unipolare”, come piace chiamarlo ai neoconservatori. Sebbene per molti analisti questa contingenza sembrasse favorevole per vivere un periodo prospero e di pace, la realtà ha dimostrato esattamente l’opposto, con l’arretramento delle lotte per i diritti sociali nel “primo mondo”, ormai libero dal pericolo ideologico del blocco sovietico, e l’avanzamento dell’espansionismo economico, politico e militare statunitense. Su tutti il contenimento della Federazione Russa, prima annichilita con il periodo dei “novorussi”, della grande svendita e delle liberalizzazioni, e poi frenata dall’espansionismo ad est della Nato fino alle porte di Mosca, approfittando anche dell’indebolimento economico della Russia e alle pressioni interne nel Caucaso e nelle Repubbliche “desiderose” di smarcarsi dal centralismo moscovita. L’espansionismo statunitense, che è stato segnato da numerosi interventi militari e golpe, blandi e non, tanto per parafrasare Gene Sharp, ha perseguito nuovi obiettivi strategici: Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Ucraina, Siria e via discorrendo ne sono l’esempio.

Il momento unipolare, tuttavia, è durato l’attimo di qualche decennio, contrastato dall’incredibile ascesa economica e politica di diverse potenze regionali: quest’ultime hanno rifiutato di conformarsi al Washington Consensus, pianificando nel contempo una crescita del mercato interno per ergersi a protagonisti della scena globale. Dalle ceneri delle crisi economiche classiche della sovrapproduzione capitalistica e dalle crisi finanziarie degli ultimi quarant’anni sono emerse una serie di economie nazionali, e di istanze politiche, differenti tra loro, ma che hanno portato alla ribalta nuovi modi di intendere le sfide globali, mettendo al centro il primato del multilateralismo e della cooperazione. E così, mentre la Russia tornava a recitare una parte importante grazie soprattutto, se non unicamente, alla sua potenza militare e alle materie prime, le economie emergenti asiatiche, capeggiate dalla Cina, hanno pian piano dato vita a cambiamenti geopolitici inediti per tutta l’area. Allo stesso tempo, le istanze anti-liberiste latinoamericane hanno avviato processi di ristrutturazione di vari apparati statali ed economici della regione, una vera e propria rivoluzione culturale che ha portato alla ribalta Argentina, Messico, Brasile ed Ecuador (con questi ultimi due Paesi tornati indietro dopo diverse vicissitudini) e indebolito fortemente il ruolo egemonico degli Stati Uniti d’America in tutta l’area.

In quest’ottica, nel momento in cui l’umanità si trova ad affrontare sfide globali sempre più importanti e con impatti diretti sulla qualità della vita di una fetta di popolazione più ampia, nuovi consessi internazionali risultano avere acquisito maggior rilevanza. Così se il G7 diventa di volta in volta sempre più autoreferenziale e vuoto, tanto da far desistere la Russia dalla volontà di rientrarvi, il G20 raccoglie una platea ben più ampia ed eterogenea, così come il G77, che tradizionalmente comprende le economie in via di sviluppo. Questi sono due casi emblematici ma non i soli: la governance economico-politica globale è in perenne mutamento, così come dimostrato anche dall’evoluzione della Shanghai Cooperation Organization o delle diverse banche multilaterali.

Ovviamente tutto questo non può non rappresentare un contraccolpo per gli Usa e per il loro ruolo di “leader” unico che fino a qualche anno fa era sicuramente più saldo.

In questo mondo radicalmente mutato, è doveroso chiedersi quale sia il ruolo dell’Europa e dell’Italia.

Con la continua regionalizzazione della geopolitica mondiale è evidente che anche il ruolo dell’Europa assume connotati diversi. Se fino a qualche tempo fa il dibattito politico europeo era polarizzato tra posizioni liberiste, che hanno una visione dell’Europa come semplice unione economica al servizio dei mercati, e quelle euroscettiche (divise a loro volta in antirusse, come i Paesi di Visegrad, e nazionaliste), oggi il tema dell’Unione Europea ruota ancora una volta attorno alla questione del deficit politico, una debolezza che non le consente di “imporsi” nello scenario globale in modo autonomo ed indipendente: non solo come “appendice” degli Usa, ma come attore a tutti gli effetti nel mondo multipolare.

Il ruolo dell’Europa è quindi legato inevitabilmente alle scelte che quest’ultima farà in ambito geopolitico e al rapporto che deciderà di avere con le economie emergenti, Cina in primis. Più cooperazione, come auspicabile, o rivalità sistemica?

Come analizzato dal professore Fabio Massimo Parenti nel suo libro La via cinese. Sfida per un futuro condiviso (Meltemi Editore) – testo importante per capire non solo la Cina e la sua economia mista, ma anche i nuovi cambiamenti dello scacchiere geopolitico e della governance globale – la strategia “win-win” di Pechino, in controtendenza con le classiche dottrine di stampo statunitense atte a mostrare i muscoli e interferire costantemente negli affari interni degli altri paesi, sta avendo una crescente importanza nella ricomposizione degli equilibri internazionali.

Un esempio della strategia “win-win” della Repubblica popolare è data dalla Belt and Road Initiative. Il più grande progetto di investimento della storia che ha l’obiettivo di migliorare l’interconnessione tra Paesi e Continenti, ispirandosi al progetto di scambio, dialogo e commercio del II secolo a.C. quando lo spazio commerciale tra Europa e Cina (Eurasia) era il più grande e importante al mondo.  Inoltre, Parenti ci dimostra come gli investimenti cinesi in Europa, nell’ambito del progetto BRI, potrebbero rappresentare un volano di sviluppo per l’economia continentale. Tuttavia, nell’ultimo periodo detti investimenti hanno subìto un rallentamento, dovuto alle “paure” europee e all’interesse di Washington di evitare che l’UE si allontani troppo dalla propria sfera di influenza.

Basti pensare che alcuni Paesi dell’Est europeo, da sempre fedelissimi agli Usa (tanto da ostacolare le velleità tedesche di un asse con Mosca), hanno avuto atteggiamenti molto più cooperativi con Pechino, che sta cooperando fattivamente per sviluppare numerosi progetti. Un esempio: l’ambiziosa tratta ferroviaria, oggi obsoleta, Budapest-Belgrado che accorcerebbe i tempi di trasporto e che sarebbe uno snodo cruciale per la Belt and Road Initiative. Progetto da 3,2 miliardi di euro finanziato dalla Exim Bank of China.

L’Italia, invece, è stato il primo Paese europeo del G7 ad aderire ufficialmente alla BRI nel 2019, attirandosi le ire di Washington e Bruxelles. In seguito, quella che sembrava essere una scelta coraggiosa di politica estera è stata sempre più ostacolata per entrare in una fase di stallo. Ciò nonostante, le opportunità per il nostro Paese sono ancora molte, tanto sul piano commerciale, quanto su quello della cooperazione nei settori delle telecomunicazioni, dell’economia digitale, della sostenibilità ambientale e del turismo, nonché della cooperazione nei mercati terzi. Non dimentichiamo che la Cina rimane il primo il Paese al mondo a trainare la ripresa, contribuendo per oltre il 30% alla crescita del PIL mondiale. Secondo l’Istat, nei primi 8 mesi del 2021 le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute del 35% rispetto all’anno precedente, un trend positivo e in crescita che si è palesato sin dal secondo trimestre del 2020, in piena crisi pandemica. Insomma, i vantaggi reciproci tra Cina e Italia sono innumerevoli, offrendo ulteriori opportunità nel contesto più ampio della cooperazione tra Cina ed Europa.

Come sottolineato da Parenti nel suo ultimo articolo per il blog, “in questa ricomposizione dell’ordine mondiale si scontrano due diverse concezioni di governance globale: una di stampo imperialista, centrata sull’imposizione di norme e interessi dell’egemone dominatore, l’altra di stampo anti-imperialista centrata su mutuo rispetto, non aggressione, non interferenza e vantaggio reciproco. L’una alimenta la destabilizzazione e persegue la predazione, riproducendo reti di dipendenza e subordinazione, l’altra vuole colmare, con la BRI, i tre deficit dell’ordine mondiale: di pace, di sviluppo e di governance”.

Antonio Gramsci era solito dire che “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse con qualche anno di ritardo e con qualche mostro nato e sepolto potremmo verosimilmente ipotizzare che il nuovo mondo non tarderà ancora per molto a venire.

L’AUTORE

Danilo Della Valle, laureato in scienze politiche e relazioni internazionali (con tesi sull’entrata della Russia, nel Wto); Master in Comunicazione e Consulenza politica e Scuola di formazione “Escuela del buen vivir” del Ministero degli Esteri Ecuadoriano. Si occupa di analisi politica, principalmente di Eurasia. Scrive per l’antidiplomatico, “Il mondo alla rovescia”.

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