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di Niccolò Morelli – Inghilterra, 1840. Per la prima volta fa la sua comparsa una metafora, presa in prestito dal gergo militare, per descrivere la massa crescente di disoccupati generati come diretta conseguenza della rivoluzione industriale: l’“Esercito industriale di riserva”, che rappresenta, come detto, una forza lavoro temporaneamente disoccupata ma sempre a disposizione delle imprese, le quali possono decidere di servirsene in specifici momenti: quando intendono accrescere la produzione o quando intendono avvalersene per scoraggiare, col fine di diminuire, le pretese salariali dei lavoratori occupati. In sintesi: Stai lavorando ma ritieni che il tuo salario non sia adeguato al carico di lavoro che devi sopportare e agli orari a cui devi sottostare? Nessun problema. Là fuori c’è un esercito di disoccupati pronti a sostituirti che accetterebbe senza discutere la retribuzione salariale che tu (ingrato!!) intendi mettere in discussione.

Questa concezione, ripresa e snocciolata in tutte le sue sfumature nel 1867 da Marx, sottintende che l’esercito di disoccupati di cui abbiamo parlato siano una precisa volontà del capitale che ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo affinché qualsiasi pretesa di aumento salariale venga allontanata grazie alla concorrenza fra lavoratori occupati e disoccupati.

2021.

Fa venire i brividi pensare a quanto un’espressione coniata oltre 180 anni fa riesca perfettamente a descrivere un disagio (e una colpevole lacuna) dei giorni nostri. Nell’Italia del 2021, quella in cui si fa la guerra a 3 milioni e mezzo di poveri che percepiscono un sussidio sacrosanto anziché prendersela con evasori e ladri, succede che esistano ancora lavori perfettamente legali sottopagati.

Secondo i dati forniti dall’INPS, quattro milioni e mezzo di persone vengono pagate meno di 9 euro l’ora, due milioni e mezzo meno di 8 euro l’ora e circa 400 mila persone hanno salari così bassi da doverli integrare col Reddito di cittadinanza. In alcuni casi addirittura, grazie a contratti pirata e ad altri che non vengono rinnovati da anni, ci sono lavori che garantiscono anche meno di 5 euro l’ora.

L’Italia, dunque, è popolata da un esercito di milioni di persone che si spaccano la schiena dalla mattina alla sera lavorando full time per 700/800 euro al mese. In qualsiasi altro paese dell’Unione europea questo tipo di retribuzione sarebbe considerata schiavitù, e questo in virtù del fatto che praticamente ovunque nel continente esiste un salario minimo orario che mira a dare dignità ai lavoratori con retribuzioni in linea col lavoro svolto.

Il salario minimo orario esiste in 21 dei 27 paesi dell’Unione europea; In Germania addirittura si sta discutendo in questi giorni di aumentarlo a 12 euro l’ora.

In Italia invece, allo stato attuale delle cose, l’unica cosa che aumenta costantemente di anno in anno è il costo della vita. Carburanti di ogni tipo, generi alimentari primari, bollo auto, canone Rai, bollette della luce, dell’acqua, del gas. L’unica cosa che non aumenta, ma che anzi diminuisce, sono gli stipendi. Il nostro Paese infatti, come si vede dalla tabella sottostante, detiene un altro tristissimo primato: siamo infatti l’unico Paese in cui i salari, dal 1990 ad oggi, anziché aumentare e adeguarsi al costo della vita sono diminuiti, con l’ovvia conseguenza di aver generato una massa sempre crescente di nuovi poveri. Un nuovo esercito industriale di riserva.

Openpolis, OCSE.

Proprio come nella società capitalistica descritta da Marx, dove il capitale faceva di tutto per salvaguardare la sopravvivenza dell’esercito industriale di riserva, col fine di servirsene all’occorrenza come arma ricattatoria per mantenere i salari a livelli da fame, anche oggi nel 2021 l’idea che i lavoratori rivendichino degli stipendi congrui fa storcere il naso a molti.

Spiace registrare che tra i più attivi oppositori di questa misura di puro buonsenso ci siano coloro che dovrebbero salvaguardare i diritti dei lavoratori: i sindacati.

L’introduzione di un salario minimo orario toglierebbe ai sindacati, di fatto, uno dei loro poteri principali: la contrattazione. Contrattazione che per quasi un secolo ha significato un’arma di lotta politica, ma che troppo spesso è scaduta in un mero lascia passare per aprire le porte dei palazzi della politica a sindacalisti in cerca di carriera. Chiedere a Bertinotti, D’Antoni, Pezzotta, Del Turco, Cofferati, Durigon e tanti (tanti !!) altri.

Altri attivi sul fronte del “no” al salario minimo sono le associazioni datoriali e più in grande gli industriali. Quelli che, per intenderci, accusavano il Reddito di cittadinanza di incoraggiare i “fannuloni” a rinunciare a succulenti lavori stagionali sottopagati e all’insegna dello sfruttamento. Quelli che, mai sazi di miliardi, chiedevano di destinare all’impresa anche i fondi del Pnrr stanziati per gli ammortizzatori sociali, che nel periodo della pandemia (e non solo) hanno salvato vite e fatto da collante per la tenuta sociale del Paese.

Agli occhi dei suoi oppositori l’introduzione del salario minimo è un bel rischio anche perché, oltre a ridare dignità a milioni di lavoratori, toglierebbe un argomento fondamentale ai benaltristi nostrani che attaccano giorno e notte il Reddito di cittadinanza.

Se i lavori offerti iniziassero finalmente ad essere pagati adeguatamente, nessun percettore di Rdc si sognerebbe mai di rifiutare. Se pagati e tutelati a dovere, camerieri, baristi, uomini e donne delle pulizie, cuochi, lavapiatti, portieri e stagionali di ogni genere e grado non mancheranno mai.

E mai ci sarà sussidio che tenga difronte a una vera, seria e leale proposta di lavoro. Proprio a questo mira il disegno di legge presentato in commissione Lavoro al senato dalla ex Ministra Nunzia Catalfo: ridurre le disuguaglianze, aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori e contemporaneamente stabilire una soglia di dignità al di sotto della quale nessun contratto collettivo deve scendere. Ma soprattutto rafforzare la contrattazione collettiva “sana” e individuare i contratti “leader”, in modo da mettere finalmente fine alla proliferazione dei così detti CCNL “pirata”, altra vergogna tutta italiana. Su 860 contratti collettivi nazionali infatti, secondo la banca dati del Cnel, ben 600 sono contratti “pirata”. Pirata nel senso che vengono siglati solo per pagare meno i lavoratori e riconoscere loro minori diritti e tutele. Firmati da organizzazioni di fatto inesistenti o nate solo con l’obiettivo di fare dumping salariale. Quando hanno la “sfortuna” di ricadere in un accordo di questo tipo, i lavoratori, arrivano a percepire fino al 30 per cento in meno di retribuzione rispetto ai loro colleghi, per non parlare di ferie, malattie, maternità, tredicesime, eventuale welfare aziendale ecc.

Tutto questo in un Paese che ama definirsi civile non può più esistere. Il lavoro e la dignità dei lavoratori devono tornare ad essere temi centrali nel dibattito politico per il rilancio dell’Italia.

Il MoVimento 5 Stelle lo dice dal 2013.

Il salario minimo non è una battaglia ideologica, è una necessità.

 

L’AUTORE

Niccolò Morelli, classe 1993, nasce ad Empoli ma vive tra le colline toscane di Vinci, il paese che dette i natali al genio di Leonardo. Nel 2018 si laurea in Scienze Politiche all’Università di Firenze e due anni dopo consegue il diploma di Master in Scienze del lavoro, frequentato per metà all’Université catholique de Louvain in Belgio, con una tesi dal titolo “Digitalizzazione e robotizzazione: verso un futuro senza lavoro?”.

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