Per decenni gli scienziati hanno calcolato quanta anidride carbonica è stata immessa nell’atmosfera dalle grandi compagnie del petrolio, del gas e del carbone. Ora iniziano a misurare anche gli effetti di quelle emissioni sulle risorse idriche. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature attribuisce ai maggiori produttori mondiali di combustibili fossili una parte consistente della riduzione dell’acqua disponibile nell’Ovest degli Stati Uniti: meno neve sulle montagne, minori portate dei fiumi, maggiore fabbisogno irriguo e falde sotterranee più povere.
La ricerca prende in esame le emissioni riconducibili dal 1950 ai cosiddetti Carbon Majors: 122 compagnie fossili e produttori di cemento ai quali viene attribuito circa il 70% delle emissioni industriali globali di anidride carbonica accumulate dal 1854. Gli scienziati hanno ricostruito la quota di aumento della temperatura globale associata a queste emissioni e l’hanno confrontata con uno scenario alternativo privo del loro contributo, misurando le differenze sulle risorse idriche dell’Ovest americano.
Tra il 2014 e il 2024, secondo i risultati, le emissioni dei grandi produttori hanno determinato una riduzione media annua di circa 35 chilometri cubi dell’acqua contenuta nella neve al primo aprile, equivalente a un calo del 15%. Si tratta di un volume paragonabile alla capacità massima del lago Mead, il più grande bacino artificiale degli Stati Uniti. Nello stesso periodo, queste emissioni avrebbero ridotto di circa 15 chilometri cubi l’anno la portata dei fiumi durante la stagione calda e aumentato di quasi 900 milioni di metri cubi l’anno la quantità d’acqua necessaria per irrigare i campi. Il rapporto tra emissioni e disponibilità d’acqua passa attraverso diversi meccanismi. L’aumento delle temperature riduce la quota delle precipitazioni che cade sotto forma di neve, anticipa lo scioglimento primaverile e accresce l’evaporazione. Una quantità maggiore d’acqua raggiunge così i fiumi nei mesi freddi, mentre diminuisce durante l’estate, quando agricoltura e centri urbani ne hanno maggiore necessità. Nello stesso periodo, terreni e coltivazioni richiedono più acqua a causa delle temperature più elevate.
Secondo lo studio, le emissioni dei Carbon Majors spiegano tra il 40 e il 64% delle alterazioni delle risorse idriche attribuibili al cambiamento climatico di origine umana nella regione. In particolare, rappresentano il 42% della perdita climatica di neve, il 47% della riduzione delle portate estive e circa il 57% dell’aumento della domanda irrigua. In alcune aree montane il deflusso dell’acqua risulta anticipato fino a trenta giorni.
Le variazioni più rilevanti si concentrano nel Pacifico nord-occidentale e in California. I bacini dei fiumi Klamath, Sacramento, San Joaquin e Middle Columbia figurano tra le aree maggiormente colpite sia dalla diminuzione delle portate sia dall’aumento della domanda agricola. Sono territori caratterizzati da un’agricoltura intensiva e da un forte ricorso all’irrigazione durante i mesi più caldi. Quando fiumi e bacini superficiali coprono soltanto una parte della domanda, aumenta l’utilizzo delle riserve sotterranee. Il fenomeno è particolarmente evidente nella Central Valley della California, una delle principali regioni agricole degli Stati Uniti. Tra il 2003 e il 2024 le sue falde hanno perso complessivamente circa 33,9 chilometri cubi d’acqua.
Gli autori stimano che circa il 70% di questa perdita dipenda da prelievi superiori alla capacità naturale di ricarica e il restante 30% da fattori climatici, compresi il riscaldamento prodotto dalle attività umane e la variabilità naturale. All’interno di questa seconda componente, 3,5 chilometri cubi di acqua sotterranea perduta sarebbero riconducibili alle emissioni dei Carbon Majors: circa un terzo dell’impoverimento delle falde legato al clima e un decimo della riduzione totale osservata.
La diminuzione delle riserve sotterranee ha già prodotto effetti visibili. In diverse aree i pozzi domestici si sono prosciugati, mentre l’estrazione prolungata ha provocato fenomeni di subsidenza, cioè l’abbassamento del terreno. Le conseguenze riguardano anche canali, strade e altre infrastrutture costruite per distribuire l’acqua alle città e alle aziende agricole.
La crisi idrica deriva da più fattori: la gestione delle risorse, l’espansione dell’agricoltura irrigua, i prelievi eccessivi e la variabilità naturale continuano ad avere un ruolo rilevante. La ricerca isola invece la quota dei cambiamenti idrologici associata al riscaldamento prodotto dalle emissioni riconducibili ai grandi produttori.
Gli autori hanno confrontato due metodi: il primo ricostruisce l’intera catena tra emissioni, aumento della temperatura e cambiamenti locali della neve, dei fiumi e della domanda irrigua; il secondo assegna i danni in proporzione alla quota di emissioni attribuita ai Carbon Majors. I risultati complessivi sono simili, ma emergono differenze in alcune aree, perché le risorse idriche reagiscono all’aumento della temperatura in modi complessi e variabili. Il metodo proporzionale tende, per esempio, a sovrastimare alcune perdite di neve e a sottostimare l’aumento del fabbisogno irriguo.
Il lavoro si inserisce in un settore di ricerca in rapida crescita, la cosiddetta scienza dell’attribuzione climatica. Studi precedenti hanno già stimato il contributo dei maggiori produttori fossili all’aumento delle temperature, all’innalzamento dei mari, all’acidificazione degli oceani, agli incendi e alle ondate di calore. Questa nuova analisi applica lo stesso metodo alle risorse idriche, collegando le emissioni storiche a cambiamenti misurabili in territori specifici. I risultati potrebbero essere utilizzati nelle cause climatiche e nei provvedimenti che chiedono alle imprese fossili di contribuire ai costi di adattamento. In diversi Stati americani sono già state avviate azioni legali contro le compagnie del settore, mentre California, Vermont e New York hanno discusso o adottato meccanismi ispirati ai fondi di compensazione ambientale.
La quantificazione scientifica e l’accertamento della responsabilità giuridica seguono percorsi distinti. Il primo compete alla ricerca, il secondo dipende dalle norme applicabili e dalle decisioni dei tribunali. Lo studio fornisce una stima della parte di neve, portata fluviale e acqua sotterranea perduta associata alle emissioni storiche di un gruppo identificabile di produttori.





