di Isaac J.P. Barrow
Ernst Friedrich Schumacher pubblicò nel 1973 il suo libro “Piccolo è bello. Uno studio sull’economia se la gente contasse davvero”, una raccolta di saggi pensata come critica all’economia tradizionale e alla visione del mondo basata sulla crescita illimitata e sul gigantismo produttivo. Il titolo e il principio alla base dell’opera richiamano l’idea che sistemi più piccoli e di scala umana risultino più efficaci e sostenibili di quelli grandi e centralizzati. Schumacher scriveva in un’epoca priva delle tecnologie attuali, con una critica rivolta soprattutto alla disumanizzazione del lavoro, e oggi l’automazione intelligente apre la possibilità di recuperare tempo umano proprio attraverso le macchine.
Oggi quell’intuizione assume un valore ancora più profondo, perché la tecnologia e l’intelligenza artificiale permettono di costruire sistemi produttivi efficienti senza rinunciare alla scala umana. Nel 2024 le fabbriche di tutto il mondo hanno installato oltre 540.000 robot industriali e il totale dei robot operativi ha superato i 4,2 milioni, con una crescita intorno al 10% su base annua secondo l’International Federation of Robotics. Oltre il 70% delle imprese manifatturiere utilizza ormai qualche forma di automazione, segno che la trasformazione riguarda il cuore stesso della produzione globale.
Rockwell Automation, produttore di macchine statunitense, ha fabbriche in cui le macchine anticipano i bisogni, spostano materiali senza intervento umano e riconfigurano le linee in tempo reale in base alle variazioni della domanda. A Singapore una struttura di questo tipo è già in funzione, compatta e altamente automatizzata, come laboratorio di un nuovo modo di produrre. Questo scenario globale dell’automazione si riflette in numeri come quelli della Cina, dove si installano circa 280.000 robot industriali ogni anno, più della metà delle nuove installazioni mondiali, con effetti diretti sulla produttività e sulla capacità di presidiare le catene del valore. In Europa l’80% delle nuove installazioni robotiche del 2024 si concentra nei paesi dell’Unione, segnale di una strategia industriale che punta su efficienza, resilienza e prossimità produttiva.
Quando i robot svolgono decine di compiti e l’intelligenza artificiale riorganizza la produzione in tempo reale, la catena di montaggio tradizionale perde la sua centralità. La riduzione dei costi dell’hardware e il valore crescente dell’intelligenza digitale spingono verso una rete di impianti piccoli, distribuiti e interconnessi, capaci di operare vicino ai centri di consumo e alle comunità locali.
La crisi delle catene globali di fornitura e le tensioni geopolitiche hanno mostrato la vulnerabilità di un sistema fondato su pochi grandi hub produttivi. In questo contesto emergono i vantaggi di strutture più piccole, con costi di trasporto più bassi, emissioni ridotte e minori rischi sistemici.
Il principio “piccolo è bello” si sta trasformando in un modello produttivo concreto, dove microimpianti intelligenti dialogano tra loro, ottimizzano materiali e flussi energetici in tempo reale e rispondono con agilità alle esigenze dei clienti. L’industria di domani prende la forma di una rete di microfabbriche robotizzate, integrate nei territori e nelle comunità, più resilienti agli shock globali e più allineate alle esigenze delle persone.
La visione formulata da Schumacher nel 1973 trova oggi una realizzazione pratica attraverso tecnologie che consentono di unire efficienza industriale e scala umana. In questo senso il futuro dell’industria appare più vicino, più distribuito e più intelligente, a contatto con il territorio circostante.
L’AUTORE
Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.





