Otto milioni di persone producono più emissioni di anidride carbonica di 3,5 miliardi di esseri umani messi insieme.
È il dato più significativo del nuovo rapporto Disaster Divide, pubblicato da Oxfam, che analizza il rapporto tra ricchezza, cambiamento climatico e disuguaglianze.
Secondo lo studio, lo 0,1% più ricco della popolazione mondiale genera più emissioni del 44% più povero dell’umanità. Nel 2023, i primi hanno prodotto circa 2,36 miliardi di tonnellate di CO₂, contro i 2,31 miliardi dei secondi.
Il rapporto evidenzia un aspetto spesso trascurato della crisi climatica: chi contribuisce maggiormente al riscaldamento globale dispone anche delle risorse economiche per proteggersi dalle sue conseguenze. Al contrario, le popolazioni che producono meno emissioni sono frequentemente quelle più esposte a siccità, alluvioni, temperature estreme e perdita dei raccolti.
Utilizzando modelli scientifici che collegano le emissioni all’aumento delle temperature e ai rischi per la salute, Oxfam stima che le emissioni prodotte in un solo anno dall’1% più ricco provocheranno, nell’arco del secolo successivo, circa 1,9 milioni di morti aggiuntive legate al caldo. Secondo l’organizzazione, il 78% di queste vittime si concentrerà nei Paesi a reddito basso e medio-basso, responsabili complessivamente di appena l’8% delle emissioni globali.
Si tratta di proiezioni statistiche basate su modelli climatici ed epidemiologici, non di decessi già avvenuti. Le stime servono a quantificare gli effetti che le emissioni attuali possono produrre sulla salute delle generazioni presenti e future.
La disuguaglianza economica incide anche sulla possibilità di sopravvivere a un evento estremo. Secondo le ricerche richiamate da Oxfam, nei Paesi caratterizzati da maggiori disparità economiche il numero medio di morti per alluvione è sette volte superiore rispetto a quello registrato nei Paesi più egualitari.
La differenza riguarda soprattutto le condizioni di partenza. Una famiglia benestante può acquistare un’abitazione in una zona meno esposta, stipulare assicurazioni costose, installare sistemi di protezione o trasferirsi temporaneamente altrove. Chi dispone di poche risorse vive spesso in abitazioni più vulnerabili, ha minori possibilità di assicurarsi e rischia di perdere, insieme alla casa, anche il lavoro e i risparmi accumulati.
La ricchezza diventa così uno strumento per acquistare sicurezza climatica. Quando arriva un’alluvione, un incendio o un’ondata di calore, le possibilità di proteggersi e ricostruire dipendono anche dal reddito e dalla disponibilità di servizi pubblici efficienti.
Il rapporto individua inoltre un ulteriore meccanismo economico. Alcuni grandi investitori possiedono partecipazioni sia nelle industrie che contribuiscono maggiormente alle emissioni sia nelle attività che si occupano di prevenzione, gestione delle emergenze e ricostruzione dopo i disastri.
Oxfam ha analizzato un campione di 217 aziende attive in questi settori attraverso un nuovo indicatore denominato Destroy & Rebuild Index. Il mercato globale dei servizi di ripristino dopo le catastrofi, secondo le previsioni citate nel rapporto, potrebbe passare da 70 a 92 miliardi di dollari all’anno entro il 2029. La crisi climatica rappresenta dunque, per alcuni operatori economici, anche una crescente opportunità di investimento. Il fenomeno rischia di alimentare un circolo vizioso: le popolazioni più vulnerabili subiscono danni ripetuti, perdono risorse e diventano progressivamente meno capaci di affrontare le emergenze successive. Nel frattempo, chi possiede grandi capitali può diversificare gli investimenti, proteggere il proprio patrimonio e beneficiare anche delle attività economiche legate alla gestione delle catastrofi.
In vista della COP31, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, Oxfam chiede ai governi di intervenire sulle emissioni delle fasce più ricche, rafforzare la tassazione delle attività maggiormente inquinanti e aumentare i finanziamenti destinati all’adattamento climatico dei Paesi più vulnerabili. Tra le priorità figurano anche infrastrutture pubbliche resistenti agli eventi estremi, servizi essenziali accessibili e maggiori tutele per le comunità esposte.





