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La pipì che diventa fertilizzante

beppegrillo.it - Giugno 7, 2026

La pipì è una delle risorse più sprecate delle nostre città, la produciamo continuamente e la mandiamo negli scarichi usando acqua pulita per eliminarla. Dentro quel liquido, però, ci sono azoto, fosforo e potassio, gli stessi nutrienti che servono alle piante per crescere e che l’agricoltura acquista sotto forma di fertilizzanti.

Alla sede dell’Agenzia Spaziale Europea di Parigi questa risorsa viene recuperata. Quando il personale va in bagno, l’urina viene separata alla fonte, prima di essere diluita con l’acqua di scarico, e viene inviata attraverso tubature dedicate a un piccolo impianto di trattamento nel seminterrato dell’edificio. I servizi igienici sembrano bagni normali, ma funzionano in modo diverso; raccolgono il liquido separatamente e lo portano in un sistema che filtra, concentra e sanifica l’urina. Il processo rimuove microinquinanti come residui di farmaci e antibiotici, recupera i nutrienti utili alla crescita delle piante e pastorizza il liquido a 90 gradi, eliminando virus e altri patogeni. Alla fine restano acqua distillata, che può essere riutilizzata nel sistema di lavaggio, e un fertilizzante liquido chiamato Aurin.

Dietro questa tecnologia c’è VunaNexus, una startup svizzera che lavora sul recupero dei nutrienti dall’urina umana. Il suo fertilizzante è approvato in Svizzera e in Francia per l’uso su tutte le piante, viene venduto ad agricoltori, giardinieri e privati, ed è già in fase di test in città come Parigi, Losanna e Zurigo. Per anni un’idea del genere è stata considerata quasi eccentrica, ma oggi lo scenario è cambiato, la guerra, l’aumento dei prezzi dell’energia e le tensioni sulle rotte commerciali hanno mostrato quanto il mercato dei fertilizzanti sia fragile. Gran parte della produzione dipende da gas fossile, materie prime importate e filiere lunghe; quando questi equilibri saltano, aumenta il costo del cibo e cresce il rischio per i paesi più poveri.

Separare l’urina alla fonte rende il trattamento molto più semplice. È lo stesso principio che usiamo quando ricicliamo batterie, metalli o componenti elettronici. Una materia ricca di elementi utili viene raccolta prima che si mescoli con tutto il resto. In questo modo diventa più facile recuperarla e trasformarla in qualcosa di nuovo. Il sistema VunaNexus è già installato in diversi grandi edifici commerciali e residenziali, tra cui una grande banca privata svizzera a Ginevra. Oggi ricicla circa 3 milioni di litri di urina all’anno. La tecnologia sarà utilizzata anche in un nuovo ecoquartiere di Parigi, destinato a diventare uno dei più grandi progetti europei di questo tipo.

Secondo VunaNexus, se tutta l’urina prodotta in Europa venisse recuperata, potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno di azoto. Una quota significativa, capace di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti sintetici, alleggerire i depuratori e rendere le città più resilienti.

Ma il nodo principale resta il costo: nei piccoli impianti produrre azoto dall’urina è ancora molto più caro rispetto ai fertilizzanti industriali. Per rendere il sistema competitivo servono impianti più grandi, una raccolta più efficiente e un riconoscimento economico del servizio ambientale svolto. Recuperare urina significa anche trattare meglio le acque reflue, ridurre l’inquinamento e chiudere un ciclo che oggi resta aperto.

Il progetto originario si chiamava Vuna, sigla di Valorisation of Urine Nutrients in Africa, e in isiZulu significa “raccolto”. Più di dieci anni fa, nell’area di Durban, in Sudafrica, furono installati oltre 80.000 bagni secchi capaci di separare l’urina. Il fertilizzante prodotto venne testato anche sulle colture di mais, dimostrando che il sistema funzionava. La difficoltà maggiore era logistica, perché raccogliere, trasportare e trattare grandi quantità di urina richiedeva costi troppo alti. Oggi a Durban ricercatori e organizzazioni locali stanno riprendendo quel lavoro, cercando sistemi più semplici per raccogliere urina da orinatoi pubblici e trasformarla in fertilizzante per gli agricoltori della zona. L’idea è creare un circuito locale, dove una sostanza considerata scarto urbano diventa nutrimento per i campi, infrastruttura sanitaria e possibile lavoro.

La pipì è sempre stata trattata come un rifiuto da far sparire in fretta. In realtà contiene una parte della fertilità che sottraiamo ai campi e poi ricompriamo sotto forma di prodotti industriali. Recuperarla significa guardare diversamente il metabolismo delle città. Il futuro dell’economia circolare passa anche da qui. Da un bagno, una tubatura, un piccolo impianto nel seminterrato, da qualcosa insomma che abbiamo sempre considerato uno scarico e che può tornare a essere una risorsa.

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