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La Francia tassa il fast-fashion

beppegrillo.it - Settembre 4, 2026

Dal 1° settembre la Francia ha iniziato ad applicare un sistema di penalizzazioni ambientali agli indumenti venduti dalle piattaforme dell’ultra fast fashion. Nel mirino ci sono soprattutto i giganti cinesi come Shein e Temu, costruiti su cataloghi sterminati e prezzi bassissimi. Le tariffe vanno infatti da circa 25 centesimi per articoli come calze e biancheria intima fino a 12 euro per un cappotto.

La penalizzazione non potrà comunque superare il 50% del prezzo di vendita al netto delle imposte. Il costo viene attribuito ai produttori e agli operatori che immettono i prodotti sul mercato francese attraverso il sistema di responsabilità ambientale della filiera tessile.

La misura nasce dalla legge francese contro l’ultra fast fashion, approvata definitivamente nel giugno 2026 dopo un lungo confronto parlamentare. È la prima normativa europea che prova a colpire economicamente questo modello commerciale considerando anche la quantità di nuovi articoli messi quotidianamente in vendita, la durata dei prodotti e la possibilità concreta di ripararli. Più un’impresa produce capi destinati ad avere una vita breve, più aumenta il conto ambientale che deve pagare. I prezzi estremamente bassi, la qualità dei materiali, l’assenza di servizi di riparazione e la continua moltiplicazione dell’offerta contribuiscono a determinare l’importo della penalizzazione.

Secondo Refashion, l’organismo responsabile della filiera tessile francese, nel 2024 in Francia sono stati venduti 3,5 miliardi di capi d’abbigliamento, calzature e articoli tessili. Significa più di 50 pezzi per abitante in un solo anno. Una montagna di magliette, pantaloni, scarpe e accessori che richiede materie prime, acqua, energia, sostanze chimiche, imballaggi e trasporti intercontinentali. Dopo pochi utilizzi, una parte consistente finisce nei rifiuti o alimenta esportazioni di abiti usati verso Paesi che spesso non possiedono infrastrutture adeguate per gestirli.

Le piattaforme dell’ultra fast fashion hanno portato il meccanismo tradizionale della moda veloce a una scala completamente nuova. Algoritmi e analisi dei comportamenti online individuano una tendenza, la trasformano rapidamente in un prodotto e la sottopongono a milioni di utenti attraverso pubblicità personalizzate, notifiche, sconti a tempo e sistemi simili a quelli dei videogiochi. Il catalogo cambia di continuo e l’acquisto diventa un gesto automatico. Un vestito da cinque euro appare conveniente perché gran parte del suo costo reale rimane fuori dal prezzo. Lo pagano i lavoratori della filiera, i territori nei quali avviene la produzione e l’ambiente che assorbe emissioni, microplastiche, acque contaminate e rifiuti. La legge francese prevede anche restrizioni alla pubblicità per le imprese che rientrano nella definizione di moda ultra-effimera. È un passaggio decisivo, perché questo mercato vive grazie alla pressione continua esercitata sui consumatori, soprattutto sui più giovani. Influencer, codici promozionali e campagne sui social alimentano l’idea che un abito possa essere acquistato, fotografato e sostituito nel giro di pochi giorni. Parigi sostiene che i criteri siano ambientali e valgano per qualsiasi azienda. Nella pratica, il provvedimento colpisce principalmente le grandi piattaforme asiatiche, capaci di offrire ogni giorno migliaia di nuovi articoli a prezzi difficilmente raggiungibili dai produttori europei.

Pechino ha già chiesto alla Francia di ritirare le nuove tariffe, giudicandole discriminatorie e potenzialmente incompatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. La Francia ha scelto ugualmente di andare avanti.

 

 

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