DAL WEB – ARTICOLO PUBBLICATO SUL THE GUARDIAN
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Mi sento intrappolata dal mio algoritmo. È pieno di cose belle, eppure mi rende infelice. E non sono la sola. Uno studio pubblicato la settimana scorsa sul Journal of Psychology ha collegato il consumo eccessivo di video brevi a livelli più alti di ansia e solitudine, e a una minore soddisfazione della propria vita.
Non so esattamente quando abbia iniziato a prendere il sopravvento sulla mia vita, di certo nell’ultimo anno circa. Oggi guardiamo più video brevi che streaming o televisione. Io, però, sono sempre stata una persona per cui la principale forma di intrattenimento era la lettura di romanzi, insieme al cinema e alla televisione. Ero una neofita, una nostalgica devota della narrazione lunga. Poi, all’improvviso, ore intere della giornata sono state risucchiate dallo scrolling infinito, quella novità del web design pensata per creare dipendenza e spingerci a divorare sempre più contenuti alla ricerca di qualcosa. Di cosa, esattamente? La ricetta definitiva con l’aglio selvatico? Il gatto perfetto?
Alcuni segnali mi hanno fatto capire che stavo sprecando la mia vita dentro un tunnel. Ho iniziato a notare quanto fossi attratta dal telefono anche quando mio figlio, splendido e felice, o mio marito erano nella stessa stanza e cercavano un’interazione con me. Mi sono resa conto che la conversazione scritta che avevo da venticinque anni con un’amica di scuola, che ora vive in Australia, una conversazione iniziata su MSN Messenger quando avevamo dodici anni e proseguita via SMS ed email prima di migrare su WhatsApp, si era praticamente interrotta. Centinaia di migliaia di parole scritte e lette, parole che avevano accompagnato ogni evento importante della mia vita, si erano ridotte a video e meme. Ho notato anche che la mia abitudine di leggere almeno un libro a settimana, che mi accompagnava da tutta la vita, si era dimezzata. Non mi sorprende che i dati Ofcom del 2026 indichino un uso sempre più passivo dei social media, con gli utenti che passano dalla comunicazione al consumo. Non mi stupisce nemmeno che più di un terzo degli adulti britannici abbia smesso di leggere per piacere. Di recente ho ascoltato un podcast con James Marriott, il cui prossimo libro, The New Dark Ages, analizza la nostra cultura “post alfabetizzata” e il possibile impatto che il declino dell’alfabetizzazione, insieme alla perdita delle capacità di pensiero analitico e riflessivo, potrebbe avere sulla democrazia globale. Quell’intervista mi ha praticamente trasformata in una complottista dei video brevi, convinta che siamo tutti condannati. Marriott osserva che, se ci si guarda intorno su un autobus o su un treno, si vedono persone che non leggono, ma consumano video brevi, molti dei quali frammentati, insulsi e superficiali. Persino i contenuti validi, edificanti o creativi vengono serviti in piccoli bocconi facilmente digeribili e tendono a ruotare attorno alla personalità, a discapito della profondità e dell’intelligenza.
Durante la mia incursione nella dipendenza da video brevi ho avuto la netta sensazione di diventare più stupida. Il mio cervello non veniva più stimolato come prima, non riceveva più quell’allenamento che nasceva dal contatto costante con la parola scritta, capace di costringermi al pensiero critico e all’analisi. Mi sentivo anche più sola, perché i rapporti con le persone che amavo erano mediati da uno schermo e quindi impoveriti. Il mio rapporto con la sfera pubblica si era fatto meno presente, meno attento, un rischio enorme per una romanziera che vive di sensibilità verso le relazioni umane. Anche il mio rapporto con l’arte, che fosse l’ascolto di un album o la contemplazione di un quadro, veniva disturbato dalla presenza invadente dello smartphone in tasca e dalla sua promessa continua di consumo al posto della contemplazione.
Marriott verrà definito un luddista e un romantico, eppure ha ragione a essere così allarmato dalle possibili conseguenze del consumo di video brevi sulla democrazia. L’impatto, tuttavia, va oltre la politica e riguarda quasi ogni aspetto della nostra esistenza. Nel periodo in cui guardavo video brevi ogni giorno, tutto ciò che contava davvero nella mia vita sembrava subirne gli effetti negativi, in un modo che oggi mi appare terrificante.
Non ho ancora fatto il passo di comprare un vecchio cellulare senza funzioni smart, però non guardo più video brevi ogni giorno. Il motivo per cui ho capito tardi il cambiamento epocale avvenuto nel nostro consumo dei media è anche la mia salvezza. Avevo ancora un piede nel vecchio mondo, quel grande privilegio di cui la mia generazione è l’ultima beneficiaria. È un privilegio che ho deciso di non sprecare. Ho conosciuto una vita senza video brevi, in realtà fino a poco tempo fa, e ricordare quanto preferissi quella vita è stato sufficiente per intravedere la luce in fondo al tunnel e, spero, per liberarmi.
Rhiannon Lucy Cosslett





