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Il fallimento del divieto social per gli under 16

beppegrillo.it - Settembre 6, 2026

L’Australia ha aperto la strada con il primo divieto nazionale per gli under 16. Oltre 5 milioni di account sono stati rimossi o limitati, ma tre mesi dopo l’85% degli adolescenti intervistati utilizzava ancora le piattaforme vietate. Ora decine di governi cercano una soluzione capace di proteggere i giovani senza imporre un controllo permanente dell’identità.

Doveva essere il grande esperimento mondiale per riportare gli adolescenti fuori dai social network. A nove mesi dall’entrata in vigore della legge australiana, il risultato appare molto più contraddittorio. Le piattaforme dichiarano di aver rimosso, disattivato o limitato oltre 5 milioni di account riconducibili a minori di 16 anni. Nello stesso tempo, la maggior parte dei ragazzi continua a frequentare gli stessi servizi, spesso con una data di nascita falsa, un nuovo profilo oppure l’account di un familiare. Dal 10 dicembre 2025 l’Australia obbliga i principali social, fra cui Instagram, Facebook, TikTok, Snapchat, X, YouTube e Reddit, a compiere “passi ragionevoli” per impedire agli under 16 di creare o mantenere un account. La responsabilità ricade sulle aziende, senza sanzioni per i ragazzi o per i genitori. Il primo bilancio governativo sembrava enorme: 4,7 milioni di account rimossi o limitati in poco più di un mese, diventati oltre 5 milioni a giugno. Quel dato misura l’attività delle piattaforme, non quanti adolescenti abbiano realmente abbandonato i social. Uno stesso giovane può possedere più profili, crearne uno nuovo dopo la cancellazione o continuare a vedere i contenuti senza effettuare l’accesso.

La prima valutazione indipendente, pubblicata nel giugno 2026 sul British Medical Journal, ha seguito un gruppo di adolescenti prima e dopo l’introduzione delle restrizioni. Tre mesi dopo, oltre l’85% degli intervistati sotto i 16 anni dichiarava di usare ancora almeno una piattaforma coperta dalla legge. Tra i dodicenni e i tredicenni il tempo medio trascorso sui social non mostrava una riduzione sostanziale. Circa il 15% dei ragazzi tra 12 e 13 anni e il 19% di quelli tra 14 e 15 anni aveva aggirato i controlli mediante un account falso. L’uso delle VPN riguardava circa il 3%. Gli autori dello studio hanno precisato che si tratta di una fotografia iniziale e che gli effetti a lungo termine richiedono nuove verifiche. Il segnale immediato resta però debole: eliminare milioni di profili non significa necessariamente allontanare milioni di adolescenti.

A luglio è emerso un problema ancora più elementare. KJR, la società di collaudo che aveva partecipato alla sperimentazione governativa delle tecnologie per la verifica dell’età, ha aperto 50 account di prova dichiarando un’età di 16 anni. Secondo l’indagine riportata da Reuters, nessuna delle piattaforme ha chiesto una prova anagrafica e tutti i profili sono rimasti attivi. Soltanto Kick ha impedito l’iscrizione senza una verifica. Instagram, Snapchat, TikTok, YouTube e le altre piattaforme si sono fidate dell’età dichiarata. I controlli più severi, come la presentazione di un documento o un selfie video, scattano infatti soltanto quando i sistemi deducono dal comportamento che un utente potrebbe essere più giovane. Se il primo filtro non si attiva, l’intera architettura fallisce prima ancora di arrivare alla verifica dell’età. Alcuni account utilizzati nel test hanno persino ricevuto pubblicità di prodotti bancari destinati ai giovani, segno che le piattaforme avevano probabilmente individuato la fascia anagrafica. Un profilo aperto su X dichiarando 16 anni ha ricevuto contenuti pornografici. Il governo australiano ha reagito annunciando il raddoppio della sanzione massima da 49,5 a 99 milioni di dollari australiani. Una nuova legge dovrebbe rafforzare i poteri dell’eSafety Commissioner, consentendogli di ottenere dalle aziende documenti e informazioni sui sistemi di controllo utilizzati.

Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube sono già oggetto di indagini per una possibile applicazione insufficiente delle regole. Canberra sostiene che le tecnologie necessarie esistono e che sono le piattaforme a impiegarle male. Le aziende replicano che nessun sistema è infallibile e propongono di spostare la verifica dell’età sugli app store o direttamente sui dispositivi.

Il caso australiano è diventato un test per decine di governi. La Malaysia vieta dal 1° giugno 2026 le nuove iscrizioni ai social per chi ha meno di 16 anni. Le piattaforme con oltre 8 milioni di utenti nel Paese devono introdurre procedure di verifica dell’età, mentre gli account esistenti dispongono di un periodo transitorio. Le sanzioni possono raggiungere i 10 milioni di ringgit, circa 2 milioni di euro. Il modello malese punta maggiormente sull’identità digitale. Anche qui l’avvio è incerto. Le aziende hanno chiesto tempo per adeguare i propri sistemi e resta possibile aprire un account utilizzando i dati di un genitore o di un fratello maggiorenne. La raccolta di documenti per milioni di persone solleva inoltre seri interrogativi sulla sicurezza degli archivi e sull’impiego futuro di quelle informazioni. L’Indonesia ha avviato restrizioni graduali per gli under 16 su YouTube, TikTok, Facebook, Instagram, Threads, X, Bigo Live e Roblox. Il provvedimento interessa potenzialmente circa 70 milioni di minori. Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno fissato nel 2026 una soglia di 15 anni.

La Cina segue da tempo una strada differente, con una “modalità minori” applicata ai dispositivi, limiti di tempo differenziati per età e regole specifiche per le applicazioni. Si tratta di sistemi molto diversi, accomunati da un problema ancora irrisolto, chi certifica l’età e attraverso quali dati? Il Regno Unito ha annunciato un divieto per gli under 16, con approvazione prevista entro la fine del 2026 ed entrata in vigore indicativamente nella primavera del 2027. Danimarca, Grecia, Norvegia, Polonia, Slovenia, Spagna e Svezia stanno lavorando su soglie comprese tra 15 e 16 anni. In Francia il Parlamento aveva approvato un limite di 15 anni, ma il 14 agosto 2026 il vertice della giustizia costituzionale ha bloccato la legge perché ritenuta lesiva della libertà di espressione. Il caso francese evidenzia un ostacolo destinato a ripresentarsi: anche una misura sostenuta da molti adulti deve rispettare la proporzionalità, la privacy e il diritto dei giovani a informarsi e comunicare. L’Unione europea non ha ancora adottato un divieto comune. Il Parlamento europeo ha chiesto una soglia di 16 anni senza il consenso dei genitori e un’esclusione completa sotto i 13 anni. La Commissione sta preparando interventi contro le funzioni progettate per trattenere l’utente, come lo scorrimento infinito, le notifiche persuasive e i sistemi opachi di raccomandazione. Questa seconda strada sposta l’attenzione dall’età del ragazzo alle scelte industriali delle piattaforme. Il Canada ha inserito tale principio nel Safe Social Media Act, presentato il 10 giugno 2026. La soglia prevista è 16 anni, ma una piattaforma potrà ottenere un’esenzione se dimostrerà di avere protezioni adeguate per i minori. Il disegno di legge canadese prevede una Commissione per la sicurezza digitale, controlli indipendenti, piani pubblici di sicurezza, strumenti di segnalazione e obblighi di progettazione. Il principio è che l’accesso possa essere consentito quando l’ambiente digitale supera una prova concreta di sicurezza. La Nuova Zelanda ha presentato il 24 agosto una proposta ancora più severa, con sanzioni fino al 10% del fatturato mondiale per le aziende che non adottano misure ragionevoli di verifica. Il testo incontra però resistenze all’interno della stessa maggioranza e difficilmente sarà approvato prima delle elezioni. Negli Stati Uniti prevalgono gli interventi giudiziari e le leggi dei singoli Stati. Meta ha raggiunto con quasi tutti gli Stati americani un accordo da 18 miliardi di dollari per chiudere le cause secondo cui Facebook e Instagram sarebbero stati progettati per creare dipendenza nei giovani. L’intesa impone limiti giornalieri, la disattivazione delle notifiche notturne e controlli più forti, soprattutto per individuare gli utenti sotto i 13 anni. Un revisore indipendente dovrà controllare l’applicazione delle misure. Diverse leggi statali fondate sull’autorizzazione dei genitori sono state invece contestate nei tribunali per ragioni legate alla libertà di espressione. In Italia, attualmente, sotto i 14 anni serve il consenso dei genitori per il trattamento dei dati necessario all’iscrizione. Dai 14 anni il minore può prestarlo autonomamente. In Parlamento sono state avanzate proposte per alzare la soglia oppure limitare l’accesso sotto i 14 o 15 anni. Altri disegni di legge mirano alla radice economica del problema, chiedendo di ridurre la profilazione automatica e rendere più trasparenti gli algoritmi. Un divieto generale sul modello australiano non è operativo. Le ragioni dell’intervento pubblico sono consistenti, anche se la ricerca invita a evitare conclusioni troppo semplici.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’uso problematico dei social tra gli adolescenti in Europa, Asia centrale e Canada è salito dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022. Tra le ragazze raggiungeva il 13%, contro il 9% dei ragazzi. Il 36% dichiarava di essere quasi continuamente in contatto online con amici e altre persone, quota che arrivava al 44% tra le ragazze di 15 anni. Disturbi del sonno, cyberbullismo, confronto sociale, contenuti autolesionistici e meccanismi compulsivi sono rischi documentati. I social possono anche offrire relazioni, creatività, accesso alle informazioni e sostegno a ragazzi che nella vita quotidiana si sentono isolati.

Le National Academies statunitensi hanno ricordato che le prove disponibili non consentono di attribuire ai social, da soli, i cambiamenti nella salute degli adolescenti a livello di popolazione. Gli effetti dipendono dalla vulnerabilità individuale, dai contenuti incontrati, dal tempo trascorso online e dal modo in cui la piattaforma è progettata. Il nodo tecnico contiene un paradosso. Per impedire ai minori di entrare occorre conoscere l’età di tutti, compresi gli adulti. Il documento d’identità offre maggiore precisione, ma crea archivi sensibili e rischi di violazione dei dati. La stima facciale evita il documento, ma può sbagliare di due o tre anni proprio attorno alla soglia decisiva e mostrare differenze di accuratezza tra gruppi etnici. L’analisi del comportamento è meno visibile, però richiede una sorveglianza continua e può essere ingannata da un account appena creato. Il consenso dei genitori si aggira usando un adulto disponibile.

Ogni soluzione scambia una parte di efficacia con una parte di privacy. L’esperimento australiano non dimostra che ogni limite sia inutile. Mostra che una soglia scritta nella legge non produce automaticamente una soglia reale. Può ritardare l’ingresso dei bambini più piccoli e rendere meno normale l’iscrizione precoce. Ha inoltre costretto le aziende a cancellare milioni di account e ha trasformato la protezione dei minori in una responsabilità industriale. Per gli adolescenti già presenti online, la semplice espulsione appare facile da aggirare. Lo stato dell’arte conduce verso una combinazione di strumenti: controlli dell’età proporzionati e indipendenti, raccolta minima dei dati, verifiche pubbliche sull’efficacia, divieto di profilazione dei minori, feed cronologici disponibili per impostazione predefinita, limiti alle notifiche notturne, trasparenza dei sistemi di raccomandazione, accesso dei ricercatori ai dati e alfabetizzazione digitale nelle scuole. Occorre preservare gli spazi online utili per l’informazione, la creatività, le comunità e il sostegno, soprattutto per i giovani isolati o vulnerabili.

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