Per la prima volta, i danni economici del cambiamento climatico vengono attribuiti con precisione a singoli Stati, aziende e individui. È questo il risultato di uno studio di un team di ricerca guidato da Marshall Burke, professore alla Stanford University, e pubblicato su Nature.
Lo studio attribuisce i danni economici precisi alle emissioni di gas serra prodotte da Stati, imprese e singoli individui negli ultimi decenni. È la prima volta che la comunità scientifica fornisce una mappatura sistematica di questo tipo.
Secondo i ricercatori, le emissioni statunitensi degli ultimi trent’anni hanno causato perdite economiche globali stimate in 10.200 miliardi di dollari, seguono la Cina con 8.700 miliardi e l’Unione Europea con 6.400 miliardi. I ricercatori sottolineano che questi importi rappresentano solo i danni già registrati: ogni tonnellata di CO₂ continua a produrre effetti per centinaia di anni; una tonnellata emessa nel 1990 ha già causato circa 180 dollari di danno entro il 2020; le proiezioni indicano che raggiungerà circa 1.840 dollari entro il 2100.
Lo studio scende fino al livello delle singole imprese. Le emissioni attribuibili a Saudi Aramco tra il 1988 e il 2015 sono associate a danni stimati in oltre 3.000 miliardi di dollari fino al 2020, una cifra equivalente a circa otto anni di ricavi dell’azienda. Secondo le proiezioni, i danni complessivi entro il 2100 saranno venti volte superiori.
L’utilizzo di jet privati da parte di figure come Jeff Bezos, Elon Musk, Bill Gates e Taylor Swift nel solo 2022 genererà, per ciascuno di loro, danni cumulati superiori al milione di dollari entro fine secolo. Sul versante opposto, adottare una dieta vegetariana o ridurre del 10% i chilometri percorsi in auto nel corso di un decennio corrisponde a benefici economici cumulati stimati in 6.000 dollari entro il 2100.
“La comunità internazionale si è sempre rifiutata di definire formalmente il concetto di perdite e danni o di stimare sistematicamente quali emissioni causassero danni in quali paesi”, ha dichiarato Marshall Burke, primo autore dello studio. “Il nostro obiettivo era colmare questa lacuna. Attribuire un danno, però, non equivale a stabilire chi debba pagare: si tratta di una questione giuridica ed etica che dipende anche dal momento in cui abbiamo preso coscienza che quelle emissioni fossero nocive.”
Lo studio fornisce strumenti quantitativi potenzialmente rilevanti per i procedimenti giudiziari in materia climatica, in crescita a livello globale. Nel luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati che violano i propri obblighi climatici commettono un atto illecito e possono essere chiamati a rispondere con riparazioni. Il fondo per le perdite e i danni istituito alla COP27 del 2022 resta tuttavia sottodimensionato rispetto alle necessità dei paesi più colpiti.
Gli autori riconoscono che il PIL non cattura tutti gli impatti del cambiamento climatico, in particolare quelli sanitari. Le incertezze nelle stime restano significative, il che pone interrogativi sull’utilizzo diretto di questi dati in sede giudiziaria.





