Bastano quindici minuti all’interno di un’abitazione per lasciare nell’aria tracce genetiche che possono rivelare la nostra presenza anche dopo che ce ne siamo andati. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Forensic Science International Genetics ha dimostrato che il DNA umano disperso nell’ambiente può essere raccolto e analizzato per identificare le persone che hanno occupato una stanza, aprendo nuove possibilità per le indagini della polizia scientifica.
La ricerca, condotta da un gruppo internazionale di scienziati norvegesi e australiani, ha esaminato 22 abitazioni, raccogliendo complessivamente 391 campioni di DNA dall’aria, dalla polvere e dalle superfici. Per verificare l’efficacia della tecnica, i ricercatori hanno organizzato una serie di furti simulati, durante i quali alcuni volontari sono entrati nelle case per quindici minuti, comportandosi come potenziali intrusi. Trascorsa mezz’ora dalla loro uscita, sono stati prelevati campioni d’aria per verificare se fosse ancora possibile individuare le loro tracce genetiche.
I risultati hanno mostrato che il DNA degli intrusi era rilevabile nell’82% dei casi analizzati da uno dei due laboratori coinvolti e nel 36% dei casi esaminati dall’altro. Una differenza significativa, che evidenzia quanto questa tecnologia sia ancora influenzata dalle condizioni ambientali e dalle procedure di raccolta e analisi, ma che conferma la possibilità di ricavare informazioni genetiche utili anche dall’aria di una stanza apparentemente vuota.
Il principio alla base della scoperta riguarda il cosiddetto DNA ambientale, o eDNA, ovvero il materiale genetico che gli organismi rilasciano continuamente nell’ambiente circostante. Nel caso degli esseri umani, questo materiale può provenire da minuscole particelle di pelle, capelli e altre tracce biologiche che si disperdono nell’aria durante le normali attività quotidiane. Le moderne tecniche di analisi genetica hanno raggiunto una sensibilità tale da consentire il recupero di profili genetici anche a partire da quantità estremamente ridotte di materiale biologico.
Finora le indagini forensi si sono concentrate soprattutto sulle tracce di DNA raccolte attraverso il contatto diretto con oggetti e superfici, oppure attraverso campioni di sangue, saliva e altri fluidi biologici. La possibilità di analizzare il materiale genetico sospeso nell’aria aggiunge una nuova fonte di informazioni, particolarmente utile nei casi in cui le prove tradizionali siano scarse o assenti. Lo studio ha inoltre dimostrato che la combinazione di campioni provenienti dall’aria, dalla polvere e dalle superfici può contribuire a ricostruire la presenza di diverse persone all’interno di un’abitazione. I ricercatori sono riusciti a rilevare tracce genetiche riconducibili agli occupanti abituali e, in alcune circostanze, anche a visitatori precedenti. Questo aspetto suggerisce la possibilità di utilizzare il DNA ambientale per ottenere informazioni sulla frequentazione di un luogo, pur senza poter stabilire automaticamente quando una determinata persona vi sia stata presente.
Un’altra ricerca, pubblicata sulla stessa rivista, ha approfondito il comportamento del DNA disperso nell’aria e le modalità con cui può essere raccolto. Gli scienziati hanno osservato che il movimento dell’aria e il disturbo delle particelle depositate sulle superfici possono aumentare la quantità di materiale genetico rilevabile. Dopo circa trenta minuti, una parte significativa del DNA sospeso tende a depositarsi, mentre nell’arco di un’ora i livelli possono avvicinarsi a quelli precedenti al disturbo. Lo studio ha inoltre rilevato tracce genetiche attraverso dispositivi di raccolta passiva, senza la necessità di un contatto diretto con le superfici. Questi risultati indicano che il momento del prelievo potrebbe diventare un fattore determinante nelle future indagini. La possibilità di raccogliere DNA dall’aria poco dopo un evento potrebbe fornire elementi aggiuntivi per ricostruire chi abbia frequentato un determinato ambiente, affiancando le tecniche investigative già utilizzate dalla polizia scientifica.
Restano tuttavia numerose variabili da approfondire: la quantità di DNA rilasciata cambia da individuo a individuo, mentre ventilazione, pulizia degli ambienti, movimenti delle persone e condizioni delle stanze possono modificare sensibilmente il materiale genetico disponibile. La presenza di tracce nell’aria richiede inoltre un’interpretazione particolarmente attenta, perché il DNA può essere trasferito anche indirettamente e la sua individuazione, da sola, non permette di stabilire le circostanze esatte in cui una persona è entrata in contatto con un ambiente.
La ricerca apre anche interrogativi relativi alla privacy e alla protezione dei dati genetici. Se questa tecnologia dovesse diventare sufficientemente affidabile da essere impiegata su larga scala, la raccolta di campioni d’aria potrebbe consentire di ottenere informazioni sull’identità delle persone senza prelevare direttamente materiale biologico dal loro corpo. Si tratterebbe di una capacità con possibili applicazioni investigative, ma anche con implicazioni giuridiche ed etiche legate al consenso, alla conservazione dei dati e ai limiti del loro utilizzo.





